Intervista a Melania Di Luigi | Roccart Gallery
- Fabio Rocca

- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 5 min
Tra teatro, maschere e introspezione: la pittura di Melania racconta ciò che si nasconde dietro l'apparenza.

Ogni artista costruisce un proprio linguaggio per raccontare il mondo. Nel caso di Melania, questo linguaggio prende forma attraverso figure sospese tra teatro, circo e realtà, personaggi che sembrano recitare un ruolo ma che, allo stesso tempo, lasciano affiorare emozioni profonde e fragilità universali.
Entrata a far parte degli artisti della Roccart Gallery in occasione della mostra Visioni dall'Oltre, Melania sviluppa una ricerca che intreccia figurazione, simbolismo e introspezione psicologica. Le sue opere utilizzano il colore, la scena teatrale e la maschera come strumenti per riflettere sull'identità, sulle relazioni umane e sul delicato equilibrio tra ciò che mostriamo agli altri e ciò che custodiamo dentro di noi.
In questa intervista l'artista racconta il proprio percorso creativo, il significato del suo immaginario e il ruolo che la pittura assume nella continua ricerca di autenticità.

Intervista a Melania di Luigi
Il disegno è presente nella tua vita fin dall'infanzia. C'è stato un momento preciso in cui hai capito che l'arte sarebbe diventata una parte fondamentale della tua vita?
Disegnare per me è sempre stata un'azione spontanea. L'idea di mettermi davanti a un foglio mi ha sempre dato gioia, da che ho ricordi, e questo era già noto ai tempi delle elementari, quando le maestre si accorsero di questa mia particolare inclinazione.
Sicuramente la scelta di un istituto artistico come scuola superiore è stata una conferma della mia propensione verso l'arte, ma solo nel 2020 ho preso davvero coscienza del fatto che, da sogno, poteva realizzarsi e diventare realtà.
Nei tuoi dipinti emerge spesso una dimensione sospesa tra realtà e rappresentazione. Cosa ti affascina di questo confine e cosa cerchi di raccontare attraverso i tuoi personaggi?
Tutti i miei soggetti e le realtà delle quali sono protagonisti nascono ovviamente da una dimensione che sento dentro di me. Quel confine di cui parli esiste proprio all'interno delle mie emozioni, diviso tra una coscienza presente e un piano immaginario dove poi tutto prende forma.
Chi crea arte vive costantemente dentro questo confine, a parer mio: le proprie creazioni sono frutto di questo limbo dove tutto esiste e non esiste realmente.
I personaggi che popolano le tue opere sembrano muoversi in una dimensione sospesa tra teatro, circo e introspezione. Da dove nasce questo immaginario?
Il circo, ma soprattutto l'idea di un palcoscenico, sono stati un'evoluzione naturale nel mio percorso.
Due anni fa ho dovuto sviluppare, per un contest, il concetto di "straniero", che secondo me ha davvero molte sfaccettature. La mia visione è stata immediatamente quella di immedesimarmi in questa emozione, capendo cosa potesse significare per me e cosa mi facesse sentire una straniera. Molte volte è proprio il mondo che ci circonda.
Subito nella mia mente è apparsa l'immagine del clown, questo personaggio controverso, a tratti inquietante, del quale non si riesce mai a capirne la vera natura o intenzione.
L'idea del teatro e del ruolo dell'attore si è subito adeguata e sovrapposta alla percezione che ho di questa società e delle persone che la popolano.
Sono state figure che ho creduto potessero identificare al meglio le falsità e le meccaniche sbagliate che sento e vedo nel mondo in cui viviamo, fatte di parti recitate e superficialità con le quali, almeno per me, è difficile convivere.
Nelle tue tele convivono colori vivaci e atmosfere malinconiche. Ti interessa esplorare le contraddizioni emotive dell'essere umano?
Assolutamente sì, penso sia esattamente il punto cardine del mio attuale messaggio.
Dentro di me, come in tutti, abitano due poli opposti. Il colore nelle mie opere serve proprio a contrastare quel sentimento oscuro di disagio provato di fronte alle situazioni precedentemente descritte.
L'elemento cromatico fa emergere questa forte contraddizione tra luce e ombra, così impattante da diventare sicuramente un grosso spunto di riflessione per l'osservatore.
Opere come Happy Sadness o Lo show dei teatranti sembrano raccontare ciò che si nasconde dietro le maschere che indossiamo ogni giorno. Quanto è importante questo tema nella tua ricerca?
Direi che è fondamentale. Il concetto di maschera, come da te giustamente usato, è prevaricante su tutto il resto.
Portare costantemente una maschera fa fatica, richiede molta energia, non ci permette di essere noi stessi e falsifica ogni scambio umano. Nonostante ciò, le indossiamo comunque, sia per imposizione sia per scelte personali.
Le mie opere devono servire a empatizzare con questo sentimento e renderlo visibile, quasi tangibile.
Mi preme però specificare che, al centro di questo discorso, nonostante la componente critica verso l'esterno, ci sono io stessa, che faccio parte di questo quadro così come tutti gli altri. Di conseguenza è proprio il mio stesso turbamento che si manifesta nelle figure che rappresento, una riflessione diretta del mio stesso sforzo e dolore interiore.

Molti dei tuoi protagonisti sembrano nascondere una fragilità dietro espressioni teatrali, costumi o maschere. Pensi che l'arte possa essere uno strumento per indagare ciò che normalmente tendiamo a nascondere?
Certo. Secondo me ogni forma d'arte è catartica e rivela qualcosa in più di noi stessi, sia da creativi sia da spettatori.
Molte volte, prima di creare un'opera, ho chiaro il soggetto o anche solo l'atmosfera che voglio sia protagonista, ma una cosa speciale che spesso accade è che la creazione ultima dà il titolo finale a sé stessa, come se avesse una vita a sé stante e lo rivelasse a me stessa che ne sono l'autrice.
Questa è un'epifania che si ripete ogni volta e rende sempre più chiaro quanto la verità, molte volte, emerga nelle forme più strane e sorprendenti.
Quanto conta il colore nella costruzione delle tue opere? Parti da un'idea cromatica oppure è qualcosa che si sviluppa durante il lavoro?
Il colore è talmente importante che diventa esso stesso il soggetto del mio messaggio. Le emozioni che provo lo usano come veicolo per palesarsi, contribuendo a rafforzare quell'impatto contraddittorio di cui parlavo prima.
Per quanto riguarda la scelta dei colori da usare nel processo creativo non è sempre uguale. Molte volte ho già in testa quali devono essere, altre invece li decido strada facendo, a seconda di come si sta sviluppando l'opera.
Esattamente come nel discorso del titolo, l'opera nelle sue fasi prende vita e incarna forme sempre diverse; di conseguenza io stessa devo adeguarmi a ciò che si sta rivelando davanti a me.
Il mondo del circo e del teatro ricorre frequentemente nei tuoi dipinti. Cosa rappresentano per te questi universi simbolici?
Il teatro e il circo sono contesti d'immagine e di recitazione, pertanto rendevano perfettamente l'idea di performance che ho quando penso a noi esseri umani e a come ci approcciamo alla vita e ai contesti sociali.
È un palcoscenico di finzione, a volte bello, a volte brutto, e quello che a me preme rappresentare è proprio questa differenza fra immagine e realtà: come l'apparire e la superficie influenzino ciò che realmente siamo e proviamo dentro e viceversa, ponendo particolare attenzione alle dinamiche che si creano nei rapporti umani.
Cosa ti piacerebbe che il pubblico percepisse osservando i tuoi lavori per la prima volta?
Le mie opere sono un'estensione di me e penso sia il modo più efficace per imparare a conoscermi.
Ciò che però ritengo e ho sempre ritenuto più importante è creare un legame con chi osserva, perché arrivi a sentirsi meno solo.
Penso sia fondamentale ritrovarsi e immedesimarsi in un'opera proprio per capire che proviamo le stesse sensazioni, gioie e paure.
Di conseguenza vorrei che la mia arte, oltre alla critica, abbracciasse e confortasse il mio prossimo, perché siamo tutti molto più simili di quanto non vogliamo credere.
Guardando al futuro, come immagini possa evolversi la tua ricerca artistica nei prossimi dieci anni? Ci sono temi, tecniche o direzioni che vorresti approfondire?
Guardare troppo avanti mi resta sempre molto difficile, sono fortemente ancorata al passato per natura.
Se ci penso, però, ci sono sicuramente dei soggetti e delle tematiche che sarei curiosa di sperimentare. Vanno a legarsi a quella che è la parte più oscura di me e che abbraccia la mia enorme passione per l'esoterismo e la stregoneria (non fatevi un'idea sbagliata, sono credente ma non praticante).
Dovessi scegliere? Tarocchi, peccati capitali e segni zodiacali.
Vedremo cosa riserverà il futuro...




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