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Intervista a Sergio Falco | Roccart Gallery

  • Immagine del redattore: Fabio Rocca
    Fabio Rocca
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Tra bianco e nero, essenzialità e memoria: Sergio Falco racconta una pittura che invita a rallentare e a riscoprire il significato delle immagini.


Sergio Falco, artista contemporaneo della Roccart Gallery, autore di opere in bianco e nero dedicate alla luce, alla memoria e all'essenzialità.

La ricerca di Sergio Falco nasce da una progressiva sottrazione. Attraverso il bianco e nero, il chiaroscuro e una pittura rigorosa, l'artista elimina tutto ciò che considera superfluo per riportare l'attenzione sull'essenza delle cose. Nature morte, architetture, frammenti scultorei e luoghi quotidiani diventano così immagini sospese, capaci di evocare una dimensione che va oltre la semplice rappresentazione.

Entrato a far parte degli artisti della Roccart Gallery con la mostra Costellazioni Interiori, Sergio Falco sviluppa un linguaggio che dialoga con la grande tradizione della pittura italiana, dalla prospettiva rinascimentale alla Metafisica, senza rinunciare a una riflessione profondamente contemporanea sul rapporto tra immagine, percezione e realtà.

In questa intervista racconta il proprio percorso artistico, il significato del bianco e nero, il valore della sottrazione e il modo in cui la pittura può ancora educare lo sguardo in un'epoca dominata dalla velocità delle immagini.


Sergio Falco, artista contemporaneo della Roccart Gallery, autore di opere in bianco e nero dedicate alla luce, alla memoria e all'essenzialità.

INTERVISTA A SERGIO FALCO:


Il tuo linguaggio pittorico è essenziale e immediatamente riconoscibile. Come è nato il percorso che ti ha portato a questa ricerca?

Fin dai tempi del liceo ho avuto un'attenzione particolare al bianco e nero. I colori mi confondevano e sembravano deviarmi dal cogliere la struttura della realtà. In Accademia ho approfondito questa direzione in senso astratto, per poi tornare al figurativo, depurato però dei colori e di quanto ritengo superfluo.

Ho sempre amato il disegno e la pittura che mira all'essenziale. Mi piace il chiaroscuro che costruisce i volumi e, in questo, credo di essere molto fiorentino.


Le tue opere raccontano molto con pochi elementi. Come sei arrivato a questa scelta di essenzialità e cosa rappresenta per te?

L'essenzialità, a mio avviso, permette di focalizzare l'attenzione di chi guarda. Il mio è un tentativo di richiamare il visitatore a considerare cose minime, un particolare o comunque realtà consuete, al limite anche banali, come una natura morta o il volto di una statua.

Sono realtà già viste centinaia di volte eppure ancora capaci di dirci molto. Non occorre creare mondi immaginari: lo stupore può nascondersi in un piccolo particolare familiare osservato in un modo nuovo.


Nel tuo percorso umano e artistico quanto hanno inciso le esperienze di vita, gli incontri e il tuo vissuto personale? Pensi che la tua pittura sarebbe diversa senza ciò che hai attraversato?

Ognuno di noi è sicuramente il prodotto delle proprie esperienze, degli incontri e del vissuto personale.

L'embrione del mio modo di dipingere è nato tanti anni fa, al liceo artistico, e forse anche prima. Per questo credo che la mia pittura non sarebbe stata molto diversa senza tutte quelle esperienze; sicuramente, però, ci sono stati momenti che hanno indirizzato e orientato la mia ricerca.


Il nero è una presenza costante nelle tue opere. Che significato ha per te questo colore e quale ruolo ricopre nella tua ricerca?

Il nero mi ha sempre affascinato per la sua capacità di nascondere la realtà. Permette di focalizzare l'attenzione su determinate parti del quadro e crea pathos. In questo senso sappiamo quanto sia stato importante in alcuni periodi della storia dell'arte.

Il bianco e il nero rappresentano i due estremi entro cui la realtà si manifesta.


Quando inizi un dipinto parti da un'idea ben definita oppure lasci che il dialogo con la tela ti conduca verso il risultato finale?

Parto osservando molte immagini fotografiche. Mi servono perché devono suggerirmi qualcosa, sia sul piano emotivo che su quello cognitivo. Deve esserci un'idea.

La realtà è un meraviglioso caleidoscopio di immagini. Una parte del mio lavoro si svolge al computer, dove manipolo digitalmente le fotografie fino a ottenere una visione più o meno definitiva. Solo dopo passo alla tela, quando l'idea è già chiara nella mente.

È un lavoro stratificato, nel quale, poco alla volta, tolgo qualcosa fino a raggiungere l'essenziale.


Sergio Falco, artista contemporaneo della Roccart Gallery, autore di opere in bianco e nero dedicate alla luce, alla memoria e all'essenzialità.

Le tue opere invitano l'osservatore a fermarsi e ad andare oltre la prima impressione. Cosa ti piacerebbe che il pubblico percepisse davanti ai tuoi lavori?

Come dicevo, voglio attirare l'attenzione sul fatto che le cose non sono semplicemente cose, ma possiedono un potenziale altro.

In questo senso mi sento vicino a esperienze artistiche che, partendo da Paolo Uccello e Piero della Francesca, arrivano fino alla Metafisica del Novecento.

La mia intenzione, però, non è tanto quella di andare oltre la realtà oggettiva, quanto di ridare dignità al rapporto tra significante e significato. Le cose acquistano valore solo nel momento in cui riconosciamo questo rapporto; altrimenti rimangono vuote, non comunicano nulla. Collocarle in un contesto di semi-astrazione permette, a mio avviso, di coglierne l'essenza.


Ci sono artisti, movimenti o esperienze che hanno influenzato maggiormente il tuo modo di intendere la pittura?

Sicuramente tutta la pittura del periodo umanistico ha avuto una grande influenza su di me.

Artisti come De Chirico e Morandi sono stati fondamentali, ma anche Hopper e Malevič, sul quale, tra l'altro, ho scritto la mia tesi in Accademia.

Malevič è un artista che ha saputo unire essenzialità e spiritualità, creando un vero punto di svolta nella storia della pittura.


Dopo tanti anni di ricerca, senti di aver trovato il tuo linguaggio definitivo oppure continui a metterti in discussione e a sperimentare nuove strade?

Mi sento solo all'inizio di un percorso che, già nelle ultime opere, sta mutando attraverso una progressiva operazione di sottrazione del reale.

La poetica del frammento mi incuriosisce molto e, in questo, sono stato influenzato anche dalle letture dedicate alla fisica quantistica degli ultimi anni.

Tutto è soltanto probabilistico: non esiste nulla di completamente definito o determinato. Se questa è la natura della realtà, perché la pittura dovrebbe sottrarsi a questa visione del mondo?


In un'epoca dominata dalla velocità delle immagini digitali, la tua pittura sembra invitare a rallentare e ad osservare con attenzione. Pensi che oggi l'arte possa ancora educare lo sguardo?

Assolutamente sì. È proprio una delle convinzioni su cui poggia il mio lavoro.

Non ho nulla contro il digitale: tutte le tecnologie sono valide, purché generino opere che abbiano un valore. Possono essere lavori di denuncia oppure opere che agiscono sul piano emotivo, poco importa. Lo spazio dell'arte è, per me, uno spazio sacro e, se un'opera rispetta questo sentire, può essere realizzata con qualsiasi tecnica.

Questo, però, contrasta profondamente con la velocità del mondo contemporaneo. È anche per questo che il mio lavoro invita a rallentare. Nella velocità non c'è spazio per quel rapporto tra significante e significato sul quale si fonda ogni nostra comprensione della realtà.


Guardando al futuro, come immagini possa evolversi la tua ricerca artistica nei prossimi dieci anni? Ci sono temi o direzioni che senti il desiderio di approfondire?

Come dicevo, mi sto muovendo sempre di più verso una progressiva sottrazione, anche se oggi non so ancora dire quale direzione prenderà questa ricerca.

Ci sono alcuni temi fondamentali che sento profondamente miei e che credo continueranno ad accompagnarmi: una spazialità ideale, l'essenzialità, la lentezza del gesto e la stratificazione della materia.

Il tempo che passa e una certa indeterminazione che percepisco come fondamento della realtà sono invece aspetti che desidero approfondire e sviluppare sempre di più nel mio lavoro.


 
 
 

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