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Intervista ad Antonella Lambardi | Roccart Gallery

Immagine del redattore: Fabio Rocca
Fabio Rocca
4 ore fa
Tempo di lettura: 7 min

La memoria, l’immaginazione e il piacere della scoperta


Antonella Lambardi, opera di arte contemporanea tra pittura, collage e immaginazione.

La ricerca artistica di Antonella Lambardi nasce dall’incontro tra pittura, collage, parole e materiali diversi, dando forma a composizioni sospese tra realtà e immaginazione. Una sensibilità creativa presente fin dall’infanzia, sviluppata nel tempo attraverso la scrittura, la pittura e la formazione all’Accademia di Belle Arti di Brera, fino a diventare un percorso aperto alla sperimentazione e alla continua ricerca.

Nelle sue opere immagini, oggetti e simboli diventano frammenti di memoria, ma anche strumenti attraverso cui esplorare il tempo, il viaggio, la dimensione interiore e ciò che si trova oltre la realtà visibile. Orologi, scale, carte da gioco, strumenti musicali e altri elementi del quotidiano entrano in composizioni intuitive e surreali, dove ogni presenza può assumere un significato preciso oppure trovare semplicemente il proprio equilibrio all’interno dell’immagine.

Il suo lavoro nasce spesso dall’intuizione e dalla libertà del processo creativo: un’immagine ne suggerisce un’altra, un dettaglio può modificare la direzione dell’opera e ciò che inizialmente sembrava centrale può lasciare spazio a qualcosa di inatteso. Memoria e immaginazione convivono così in un universo in cui il reale non viene abbandonato, ma trasformato e aperto a nuove possibilità.

In questa intervista, Antonella Lambardi racconta il rapporto con l’arte, gli anni della formazione, il significato degli elementi ricorrenti nelle sue opere, il viaggio come esperienza esteriore e interiore e il ruolo della curiosità nel suo modo di creare. Un percorso in cui il piacere della scoperta diventa parte integrante dell'esperienza artistica.


Antonella Lambardi, opera di arte contemporanea tra pittura, collage e immaginazione.

Intervista a Antonella Lambardi:


Come nasce il tuo rapporto con l’arte e quando hai capito che sarebbe diventata una parte importante della tua vita?

Credo che alla base del mio rapporto con l’arte ci sia una forte componente creativa che mi accompagna fin dall’infanzia. Da bambina mi piaceva giocare inventando storie, personaggi, situazioni, mondi. E quando disegnavo non mi fermavo a ciò che appariva sul foglio: con l’immaginazione entravo dentro quelle scene, come se potessi viverle.

Nel tempo questa creatività ha trovato anche altre forme, come la scrittura.

La pittura è arrivata più tardi, tra la fine dell’adolescenza e la prima giovinezza, quando sono entrata in contatto con l’ambiente artistico, che mi affascinava e mi apriva nuove possibilità. È stato in quel periodo che ho iniziato a dipingere a olio e che il mio rapporto con l’arte è diventato più consapevole, fino a portarmi, qualche anno dopo, a scegliere l’Accademia di Belle Arti.

Se guardo indietro, vedo linguaggi diversi tra loro, ma riconosco lo stesso filo: l’esigenza e, insieme, il piacere di inventare e di dare forma a immagini ed emozioni.


Hai studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera. Quanto è stata importante quella formazione per il tuo modo di vedere e vivere l’arte?

Gli anni dell’Accademia mi hanno dato una formazione molto ampia e, soprattutto, la possibilità di entrare in contatto con modi differenti di intendere l’arte.

Credo che Brera mi abbia lasciato l’apertura verso la sperimentazione. Non mi sono mai sentita legata a una sola tecnica o a un unico linguaggio: nel tempo il mio lavoro è cambiato e la voglia di cercare, provare e sperimentare mi ha portata a trovare la mia strada.


Nelle tue opere convivono pittura, collage, parole, oggetti e piccoli elementi materici. Come nasce una tua opera? Parti da un’idea precisa oppure lasci che siano i materiali e le immagini a suggerirti la direzione?

Di solito non parto da un progetto preciso. Spesso tutto comincia da un’immagine che mi attrae e che diventa il punto di partenza. Da lì inizio a cercare, accostare, comporre. Poco alla volta entrano altre immagini, la pittura, le parole, qualche oggetto o elemento materico.

Il processo è in gran parte intuitivo: un elemento ne suggerisce un altro e la composizione può prendere forme diverse mentre lavoro. Qualcosa che all’inizio mi sembrava fondamentale può lasciare spazio ad altro, mentre un piccolo dettaglio trovato quasi per caso può cambiare completamente la direzione del lavoro.

Forse è proprio questo che mi piace: non sapere già esattamente dove arriverò. Il lavoro prende forma un frammento dopo l’altro e, a volte, riesce a sorprendere anche me.

Quando creo entro naturalmente in una dimensione di libertà, positiva e anche giocosa, e cerco consapevolmente di trasferire questa attitudine nell’opera. La leggerezza e quella capacità di meravigliarsi che appartengono all’infanzia fanno parte del mio modo di creare, ma non esauriscono ciò che entra nei lavori: affiorano anche la memoria, il tempo, atmosfere sospese e un certo senso di mistero. Mi piace che tutto questo possa convivere nello stesso lavoro.


La memoria è un elemento molto presente nella tua ricerca. Quanto il tuo vissuto, i luoghi che hai abitato e le esperienze che hai attraversato entrano nelle tue opere?

Ci sono immagini, incontri, emozioni che mi accompagnano e che possono riaffiorare anche molto tempo dopo.

Quando questo accade, però, non sono più legati soltanto a ciò che erano all’origine. Entrano in relazione con quello che nasce mentre lavoro e possono trasformarsi fino a diventare qualcosa di diverso.

Credo che memoria e immaginazione convivano proprio così nel mio lavoro: ciò che è stato rimane, ma non decide ciò che verrà dopo.


Nei tuoi lavori compaiono spesso orologi, scale, carte da gioco, strumenti musicali e altri oggetti riconoscibili. Che significato hanno per te questi elementi e come scegli quelli da inserire in un’opera?

Ci sono elementi che ritornano e che fanno parte del mio immaginario. Alcuni portano con sé significati che mi appartengono: gli orologi mi fanno pensare al tempo, al suo scorrere, ma anche a cosa sia realmente e a quanto la nostra percezione possa renderlo diverso dal tempo misurato.

Le scale suggeriscono un percorso, un passaggio, un entrare più profondamente dentro di sé oppure un ascendere verso una dimensione più spirituale.

Le carte da gioco richiamano il destino, ma anche la possibilità di scegliere: forse non tutto ciò che ci accade dipende da noi, ma possiamo decidere come giocare le carte che abbiamo e, almeno in parte, partecipare alla costruzione del nostro percorso.

Anche la musica, con note e strumenti, ritorna spesso nei miei lavori, quasi come se ognuno avesse la propria colonna sonora.

Poi ci sono elementi più quotidiani, come dei panni stesi, che possono bastare a suggerire la vita dietro una finestra o dentro una casa.

Ma non tutto deve necessariamente avere un significato. A volte scelgo un elemento semplicemente perché mi piace o perché sento che, proprio lì, funziona. Può avere un valore simbolico in un lavoro e in un altro essere soprattutto una presenza visiva. E chi guarda può trovarci qualcosa a cui io non avevo pensato.


Antonella Lambardi, opera di arte contemporanea tra pittura, collage e immaginazione.

Il viaggio e il rapporto con i luoghi sembrano avere un ruolo importante nel tuo immaginario. Cosa rappresenta per te il viaggio: uno spostamento reale, una ricerca interiore o entrambe le cose?

Direi entrambe le cose. Amo viaggiare, vedere paesaggi, città, architetture, conoscere modi di vivere diversi. Le immagini e le atmosfere dei luoghi rimangono con me e, in forme diverse, possono entrare anche nei miei lavori.

A volte basta un’immagine, un ricordo, un sogno per aprire uno spazio nuovo.

Ma si può viaggiare anche restando fermi. Un viaggio può essere anche interiore, un modo per andare più in profondità, interrogarsi e guardare le cose da un punto di vista diverso.

Forse per me il viaggio è soprattutto questo: scoprire nuove realtà e aprirsi a prospettive diverse, fuori e dentro di noi.


Le tue composizioni hanno spesso un carattere surreale e sembrano costruire dei mondi sospesi tra realtà e fantasia. Da dove nasce questo tuo bisogno di trasformare la realtà attraverso l’immaginazione?

Più che da un bisogno di trasformare la realtà, credo che nasca dall’idea che ciò che vediamo non sia necessariamente tutto ciò che esiste. L’immaginazione mi permette di andare oltre ciò che appare, di cambiare le relazioni tra le cose, avvicinare ciò che è lontano, modificare proporzioni e punti di vista.

Non per allontanarmi dalla realtà, ma per aprirla ad altre possibilità. Forse è proprio da questa libertà che nascono quelle situazioni sospese tra reale e immaginario che ricorrono nei miei lavori: mondi che partono da elementi riconoscibili e poi prendono una forma e una vita proprie.


C’è un artista, una corrente artistica o un particolare linguaggio visivo che ha influenzato il tuo percorso e la tua ricerca? Ci sono artisti che senti particolarmente vicini al tuo modo di lavorare?

Mi sono sempre interessata a forme d’arte anche molto diverse tra loro, senza sentirmi particolarmente legata a un artista, a una corrente o a un linguaggio.

Certamente sento un’affinità con il Surrealismo, soprattutto per il modo in cui trasforma la realtà, sottraendola alle sue logiche abituali.

E naturalmente sento vicino tutto il percorso del collage e dell’assemblaggio nell’arte moderna e contemporanea: dal Cubismo al Dadaismo, fino alle tante sperimentazioni successive che hanno aperto la strada all’uso di fotografie, frammenti di carta, oggetti e materiali della vita quotidiana nell’opera. È una possibilità espressiva che ho fatto mia e che oggi fa parte del mio modo di lavorare.


In una mostra come TRACCE, dove il tema centrale è ciò che rimane di un’esperienza, quale pensi sia la traccia che vorresti lasciare attraverso la tua arte?

Vorrei che i miei lavori invitassero chi li guarda a entrarci dentro, a fare un proprio viaggio, a soffermarsi sui dettagli e a lasciarsi andare all’immaginazione.

Mi piacerebbe che di questo viaggio rimanesse qualcosa di positivo: curiosità, libertà, apertura verso altre possibilità, ma anche il piacere della scoperta, quello di entrare poco alla volta nell’opera e lasciarsi sorprendere dai particolari.

La traccia che vorrei lasciare è forse proprio questa: la sensazione di aver attraversato per un momento un mondo, una dimensione, e magari il desiderio di tornarci per ritrovare un’emozione e scoprire un particolare sfuggito al primo sguardo.


Guardando al futuro, come ti immagini artisticamente tra dieci anni? C’è qualcosa che ancora non hai sperimentato e che vorresti portare nella tua ricerca?

Nel tempo ho sperimentato tecniche, materiali e forme espressive diverse, e credo di essere ancora aperta a quello che potrà nascere e a come il mio percorso potrà evolvere.

In particolare, mi piacerebbe tornare ai quadri luminosi e anche riprendere il lavoro sulla tridimensionalità, cercando di integrarla nella mia ricerca attuale.


 
 
 

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