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Intervista a Dale | Roccart Gallery

  • Immagine del redattore: Fabio Rocca
    Fabio Rocca
  • 8 lug
  • Tempo di lettura: 6 min

Dale: quando la materia racconta ciò che le parole non possono dire


Opera di Dale esposta alla Roccart Gallery, caratterizzata da superfici materiche e stratificazioni cromatiche.

Negli ultimi anni Dale ha costruito un percorso artistico capace di attraversare linguaggi differenti, dalla pittura alle installazioni monumentali, fino alla performance. Con The Walk of Peace, l'opera d'arte più lunga del mondo realizzata da un singolo artista, è entrato nel Guinness World Records, ma la sua ricerca va ben oltre il valore del primato. Al centro del suo lavoro rimangono il tempo, la memoria e il rapporto tra l'essere umano e ciò che lascia dietro di sé.

In occasione della mostra Beyond the Surface, ospitata alla Roccart Gallery, abbiamo incontrato l'artista per approfondire alcuni dei temi che attraversano la sua ricerca: il valore della materia, il dialogo tra pittura, musica e scrittura, il significato del viaggio e il continuo bisogno di sperimentare.

Ne nasce un confronto sincero che restituisce il pensiero di un artista per il quale creare significa prima di tutto osservare, ascoltare e trasformare l'esperienza vissuta in un linguaggio capace di parlare agli altri.


Opera di Dale esposta alla Roccart Gallery, caratterizzata da superfici materiche e stratificazioni cromatiche.
SUSPICIOUS MIND

INTERVISTA A DALE:


Le tue opere sembrano nascere da un equilibrio tra istinto e controllo. Quando inizi un lavoro hai già un'immagine precisa di ciò che realizzerai o lasci che sia la materia a suggerirti la direzione?

Ogni opera nasce da un'intuizione: un soggetto, un tema, una costellazione di colori e un concept che ne orientano il primo respiro. I miei lavori appartengono a collezioni che dialogano tra loro, come capitoli dello stesso racconto, in cui uno stesso tema si rifrange in prospettive differenti.

Poi, però, accade qualcosa. Mentre dipingo incontro piccoli "interruttori", dettagli, deviazioni inattese che catturano il mio sguardo e mi invitano a cambiare strada. È in quel momento che smetto di guidare il viaggio e lascio che sia l'opera a condurmi. Così il risultato finale è quasi sempre lontano dall'idea iniziale: io apro la porta, ma è la materia a decidere quale paesaggio attraversare.


Viaggiare sembra essere una parte importante della tua vita, non solo personale ma anche artistica. Quanto incidono i luoghi, le persone e le culture che incontri sulla tua ricerca? C'è un viaggio che ha cambiato profondamente il tuo modo di fare arte?

Per me il viaggio è un rito di ritorno all'essenziale. È il momento in cui spengo il telefono, non scatto fotografie, lascio a casa perfino il desiderio di annotare un'idea. Cammino per respirare il presente, senza filtri, fino a sentirmi parte di dove sono.

Cerco una connessione profonda con la natura e con le culture che incontro, come se ogni luogo custodisse una domanda diversa sulla vita. Non c'è un viaggio che abbia trasformato direttamente il mio modo di fare arte. Il viaggio, piuttosto, semina. Le idee germogliano al ritorno, quando il silenzio riaffiora in superficie e si trasforma in immagini, colori e visioni.


Dopo aver realizzato un progetto monumentale come The Walk of Peace, in che modo è cambiato il tuo rapporto con la pittura e con il concetto stesso di opera d'arte?

The Walk of Peace è stata un'opera immensa, non solo per le sue dimensioni chilometriche, ma soprattutto per il suo significato. Non doveva raccontare me, bensì essere un simbolo universale in cui le persone potessero riconoscersi. Era un'opera delle persone e per le persone. Mi piaceva immaginare che qualcuno, osservando la Terra dallo spazio, potesse scorgere quella traccia colorata come un respiro condiviso.

Per questo ho scelto un linguaggio essenziale, dipingendo con la libertà di «un bambino di tre anni». Volevo che chiunque potesse riconoscersi in quel gesto.

È stato un progetto irripetibile, ma una parentesi nel mio percorso. Oggi sento il bisogno opposto: costruire opere dove la semplicità lascia spazio alla stratificazione, dove ogni livello di materia custodisce una nuova possibilità di lettura.


Molti artisti cercano uno stile riconoscibile. Tu, invece, sembri inseguire un'idea. Quanto è importante, per te, che la ricerca continui a evolversi senza adagiarsi su formule già sperimentate?

Credo che il mio linguaggio sia riconoscibile nella materia, nei formati e nei materiali che scelgo. Esiste una continuità che lega tutte le mie opere, penso sia un filo visibile.

Ma la ricerca non può fermarsi. Sarebbe come chiedere a un viaggiatore di abitare per sempre lo stesso orizzonte. Tutto nasce da una visione. L'idea è nitida nella mia mente, ma non so mai quale volto assumerà una volta attraversata dalla materia. Ogni opera è una traduzione, mai una copia dell'immagine iniziale. Mi fermo solo quando sento che ciò che avevo immaginato e ciò che è nato sulla tela respirano finalmente all'unisono.


Nelle tue opere convivono pittura, poesia, musica e performance. Pensi che oggi i confini tra le discipline artistiche abbiano ancora senso o credi in un linguaggio sempre più interdisciplinare?

Abbiamo bisogno di dare nomi alle cose per orientarci nel mondo. È un gesto naturale. Ma i confini tra le discipline artistiche sono linee disegnate sulla sabbia.

L'arte, nella sua essenza, è un unico grande linguaggio che cambia voce senza mai cambiare anima.

Per questo amo contaminare il mio lavoro con musicisti, poeti, ballerini, filosofi e fotografi. Ogni incontro aggiunge una sfumatura, un respiro diverso, come strumenti differenti che contribuiscono alla stessa sinfonia.


Opera di Dale esposta alla Roccart Gallery, caratterizzata da superfici materiche e stratificazioni cromatiche.
UNDERTOW

Nei tuoi lavori ricorrono spesso parole, brevi testi e riflessioni poetiche. Cosa può raccontare una frase che il colore, da solo, non riesce a esprimere?

Mi chiedono spesso di raccontare le storie che abitano le mie opere. Ho iniziato la mia carriera scrivendo direttamente sulla tela. Dopo aver abbandonato questa forma, sento necessario ritornarci in questo momento.

La parola, però, ha sempre avuto una vita propria. È il luogo in cui le emozioni rallentano e trovano una forma più limpida. Se la pittura nasce d'istinto, la scrittura mi costringe ad ascoltare ogni parola fino a quando non rimane soltanto ciò che è necessario.

Tolgo il superfluo come si scolpisce una pietra, cercando quella frase capace di risuonare dentro chi legge. A volte un colore accarezza un'emozione; una parola, invece, riesce a darle un nome.


Viviamo in un'epoca in cui tutto viene consumato velocemente. Le tue opere, invece, sembrano chiedere tempo e contemplazione. Che rapporto vorresti instaurare con chi si ferma davanti a un tuo lavoro?

Nella mia vita il tempo è una dimensione di riflessione centrale e fondamentale.

Realizzare opere che chiedono tempo per essere osservate è un invito a fermarsi ed entrare nella dimensione del presente.

Viviamo immersi nella velocità, ma un'opera d'arte chiede un gesto diverso: sospendere. Lasciare che lo sguardo rallenti fino a vedere ciò che normalmente sfugge.

Oltre il giudizio del bello o del brutto esistono tracce, silenzi, memorie e piccoli segreti nascosti nella materia. Io non voglio gridarli, preferisco sussurrarli a chi sceglie di dedicarmi tempo per osservare.


Il tuo percorso ti ha portato a confrontarti con musei, istituzioni, record internazionali e mostre personali. C'è un momento che consideri davvero decisivo per la tua crescita, anche se magari è poco conosciuto dal pubblico?

L'esperienza del Guinness World Record ha rappresentato un momento incredibile del mio percorso. Oggi la vivrei con una serenità diversa, ma allora portava con sé il peso di una grande responsabilità: il messaggio dell'opera, il periodo della pandemia, la complessità organizzativa di un progetto così ambizioso.

Per sei mesi ho vissuto ogni giorno dando al progetto il 150%. È stato un tempo che mi ha insegnato a gestire la pressione, ad ascoltare le mie energie e ad andare oltre i limiti che credevo invalicabili.

Ancora oggi, quando mi sembra di perdere il fiato, torno con il pensiero a quei giorni. Mi ricordano che dentro ognuno di noi esistono risorse che aspettano soltanto il momento giusto per emergere.


Guardando oggi il tuo lavoro con gli occhi dell'artista che eri dieci anni fa, cosa pensi sia cambiato maggiormente: la tecnica, il pensiero o il modo di osservare il mondo?

La consapevolezza.

Tutto il resto nasce da lì, come cerchi che si allargano sulla superficie dell'acqua. Cambia il modo di viaggiare, di scegliere un materiale, un colore, di costruire un'opera, un evento, una poesia o una musica.

Ogni esperienza richiede un'enorme quantità di energia, ma lascia anche un'eredità preziosa: la volta successiva il cammino è un po' più semplice. Questo rappresenta, per me, un metodo di misurazione.

Poi arrivano quegli eventi che spostano l'asse della nostra esistenza. E quando accade, non cambia soltanto il modo di fare arte: cambia il modo di guardare il mondo.


Dopo la recente mostra Beyond the Surface e i nuovi progetti espositivi già in corso, verso quale direzione senti che si stia muovendo la tua ricerca? C'è un tema o una sfida che desideri approfondire nei prossimi anni?

La prossima esposizione si intitolerà Azul e sarà un viaggio nel dialogo tra cielo, mare e terra. Un racconto sospeso tra abisso ed elevazione, tra densità e leggerezza, tra introspezione e trascendenza. L'azzurro sarà il colore che unirà ogni opera.

Nel 2027 desidero dedicarmi al tema della Memoria e della Resistenza. Sento che è una voce che mi appartiene e vorrei custodirla attraverso l'arte.

Parallelamente sogno di costruire un percorso pluriennale in cui ogni esposizione diventi un luogo d'incontro tra linguaggi diversi, coinvolgendo musicisti, docenti e poeti in eventi capaci di amplificare il racconto delle opere. E c'è un'immagine che continua ad accompagnarmi: recitare i miei monologhi mentre, alle mie spalle, un'orchestra trasforma le parole in musica. È un sogno che, un giorno, vorrei vedere diventare realtà.



 
 
 

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