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Intervista a Fabrizio Cancelliere | Roccart Gallery

Immagine del redattore: Fabio Rocca
Fabio Rocca
13 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Attraverso il pastello morbido, Fabrizio Cancelliere trasforma il colore in un linguaggio emotivo, dando vita a paesaggi intensi in cui luce, ombra e materia raccontano la complessità dell’esperienza umana.


Fabrizio Cancelliere, artista autodidatta, e la sua ricerca pittorica attraverso il pastello morbido, il colore e la luce.

Nella pittura di Fabrizio Cancelliere, il colore diventa un linguaggio capace di dare forma a ciò che le parole non riescono a esprimere. Attraverso il pastello morbido, l’artista costruisce paesaggi intensi e dinamici, nei quali luce e ombra si confrontano, la materia si trasforma e l’istante sembra sottrarsi al tempo. Il suo percorso da autodidatta si sviluppa attraverso la sperimentazione e una ricerca personale che mette al centro l’energia del gesto e la forza evocativa del colore.

In questa intervista per il Magazine di Roccart Gallery, Fabrizio ci accompagna nel suo universo creativo, raccontando il rapporto tra arte ed emozione, il ruolo della luce e una pittura che trova proprio nelle fratture e nei contrasti la possibilità di una bellezza inattesa.


Fabrizio Cancelliere, artista autodidatta, e la sua ricerca pittorica attraverso il pastello morbido, il colore e la luce.

INTERVISTA A FABRIZIO CANCELLIERE:


Quando hai capito che la pittura sarebbe diventata una parte così importante della tua vita? C’è stato un momento preciso in cui hai sentito il bisogno di esprimerti attraverso l’arte?

Non c’è stato un singolo giorno in cui tutto è cambiato all’improvviso, ma piuttosto una presa di coscienza progressiva. Per molto tempo l’arte è stata un’esigenza interiore sommersa, un canale parallelo rispetto al mio lavoro nell’insegnamento.

Il momento di vera svolta è arrivato quando ho capito che le parole, pur essendo il mio strumento quotidiano di comunicazione e formazione, non bastavano più a contenere la complessità di certe emozioni. È nato allora il bisogno profondo di un linguaggio diverso, fatto di materia e colore, capace di dare una forma tangibile agli stati d’animo.


Sei un artista autodidatta: quanto è stato importante per te costruire il tuo percorso in piena libertà, attraverso l’esperienza personale, l’osservazione e la sperimentazione?

Essere autodidatta è stata la mia più grande fortuna e, al tempo stesso, la sfida più grande. Mi ha garantito un’assoluta libertà espressiva, permettendomi di sviluppare una voce autentica, non filtrata da schemi accademici prestabiliti.

Tutto ciò che si trova nei miei quadri deriva dalla sperimentazione diretta: provare un pigmento, capire come la carta assorbe la luce, sbagliare e ricominciare. Questa libertà mi permette di lavorare sulla materia senza timori reverenziali, cercando una relazione intima e viscerale con il supporto.


Hai spesso raccontato che dipingi anche ciò che le parole non riescono a dire. Che cosa riesce a esprimere per te un’immagine che sarebbe difficile raccontare a parole?

L’immagine arriva in modo immediato e parla direttamente all’inconscio. La parola definisce, circoscrive e spesso limita; il colore e la forma, invece, suggeriscono ed evocano.

In un’opera riesco a far coesistere, nello stesso istante, tensioni opposte: la vulnerabilità e la forza, l’ombra e la rinascita. Un’immagine cattura la vibrazione di uno stato d’animo prima che il pensiero logico possa razionalizzarlo.


Il colore ha un ruolo centrale nella tua ricerca. Quando inizi un’opera, parti da un’emozione, da un’immagine precisa oppure lasci che siano proprio i colori a guidarti?

Raramente parto da una riproduzione letterale della realtà. Di solito, il punto di partenza è uno stato emotivo, una tensione da risolvere. Il processo diventa poi un dialogo aperto con i colori: scelgo una palette iniziale, per esempio il contrasto viscerale tra blu profondi e lacerazioni di giallo arancio e fucsia, e lascio che sia il pigmento a suggerirmi la direzione.

È un costante equilibrio tra un’intenzione consapevole e l’energia naturale del colore, che trova la propria strada sulla superficie.


Nei tuoi lavori la luce sembra trasformare continuamente il paesaggio e l’atmosfera. Che rapporto hai con la luce e quanto influenza il tuo modo di osservare il mondo?

Per me la luce non è un semplice elemento decorativo né un fattore di illuminazione: è la protagonista assoluta della scena, una forza viva che agita la materia e squarcia l’oscurità.

Osservo il mondo cercando sempre quel momento di rottura in cui un raggio di luce attraversa l’ombra. È un rapporto quasi filosofico: la luce acquista senso solo quando si mette in risalto la densità del buio. Nella vita come nella pittura, è proprio dove l’oscurità è più profonda che la luce brilla con maggiore forza.


Fabrizio Cancelliere, artista autodidatta, e la sua ricerca pittorica attraverso il pastello morbido, il colore e la luce.

Quando dipingi, ti ispiri soprattutto a qualcosa che hai visto realmente oppure lasci spazio alla tua immaginazione?

Uso la realtà visiva come pretesto iniziale, come punto di partenza. Posso rimanere affascinato dalla potenza di un’onda o dai colori di un tramonto sul mare, ma quando mi trovo di fronte al supporto è l’immaginazione a prendere il sopravvento.

I miei paesaggi si trasformano in luoghi dell’anima, scorci mentali nei quali il confine tra geografia e stato interiore si dissolve completamente.


Nelle tue opere utilizzi spesso i gessetti, una tecnica che sembra avere un ruolo importante nel tuo modo di lavorare. Perché hai scelto proprio questo mezzo e che cosa ti permette di esprimere che altre tecniche forse non ti offrirebbero?

Il pastello morbido offre un contatto fisico e tattile ineguagliabile. Non c’è la mediazione del pennello o di altri strumenti: sono le dita a sfumare, stendere e incidere il pigmento puro direttamente sulla carta speciale.

Questa immediatezza mi permette di lavorare con una gestualità nervosa ed elettrica, creando tratti materici e sovrapposizioni cromatiche di altissima saturazione. Il pastello ha una morbidezza unica, ma consente al tempo stesso una carica energetica di grande potenza.


Nella tua pittura si percepisce un interesse per l’impressione, per quell’istante che sembra destinato a cambiare o a scomparire. Che cosa ti affascina maggiormente dei momenti fugaci?

Mi affascina la loro irripetibilità. Il momento in cui un’onda si infrange o un fulmine squarcia il cielo dura una frazione di secondo, ma racchiude un’energia immensa.

Con la pittura cerco di bloccare quel singolo battito di ciglia, di rendere eterno l’istante preciso in cui la tempesta trattiene il fiato prima di mutare. È la sfida di catturare il tempo e trasformare la transitorietà in una presenza permanente.


Quanto della tua esperienza personale entra nelle tue opere? C’è qualcosa della tua vita, del tuo carattere o del tuo modo di vedere il mondo che ritrovi sempre, anche inconsapevolmente, nella tua pittura?

Tutta la mia vita entra inevitabilmente nei miei quadri. L’esperienza di aver vissuto in paesi diversi, la mia attività quotidiana e le sfide personali si riflettono nella mia pittura sotto forma di contrasti.

C’è il mio tratto caratteriale resiliente: la convinzione che le difficoltà, o le «crepe» della vita, non siano la fine di qualcosa, ma il punto esatto da cui può entrare una bellezza inaspettata. Nei miei lavori c’è sempre l’idea della luce che vince la penombra.


Guardando oggi il tuo percorso, senti che la tua pittura è cambiata maggiormente attraverso la tecnica oppure attraverso il cambiamento del tuo modo di guardare e vivere le cose?

Entrambi gli aspetti sono cresciuti di pari passo, alimentandosi a vicenda. La padronanza tecnica e la conoscenza dei materiali mi hanno dato maggiore sicurezza nell’uso dei mezzi espressivi, ma la vera evoluzione è avvenuta nello sguardo.

Oggi guardo al mondo e alla pittura con maggiore essenzialità e maturità emotiva: cerco meno il dettaglio descrittivo e sempre più la sintesi dell’energia visiva e interiore.


 
 
 

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