Intervista a Libera Monica Tiazzoldi | Roccart Gallery
- Fabio Rocca

- 18 ore fa
- Tempo di lettura: 6 min
Simbolo, intuizione e trasformazione nella ricerca artistica di Libera Monica Tiazzoldi

Libera Monica Tiazzoldi sviluppa una ricerca artistica profondamente legata al simbolo, all'intuizione e all'esplorazione della dimensione interiore. Le sue opere nascono da un processo creativo spontaneo e meditativo, in cui segni, archetipi, elementi naturali e forme in continua trasformazione emergono come immagini capaci di mettere in relazione esperienza personale e dimensione universale.
Presentata da Roccart Gallery nel progetto espositivo Visioni dall'Oltre, l'artista costruisce mondi visivi sospesi tra visibile e invisibile, dove il disegno diventa uno strumento di ascolto e conoscenza. Nei suoi lavori il simbolo non svolge una funzione decorativa, ma agisce come una soglia: un punto di incontro tra percezione, immaginazione e consapevolezza.
Le sue opere invitano l'osservatore a rallentare, a lasciarsi guidare dall'intuizione e a costruire un dialogo personale con l'immagine. Un approccio che rende il suo linguaggio particolarmente aperto all'interpretazione e all'esperienza individuale.
In questa intervista Libera Monica Tiazzoldi racconta il proprio processo creativo, il rapporto con il simbolo, il valore della contemplazione e il ruolo che l'arte può assumere come esperienza di connessione e trasformazione.

Intervista a Monica Libera Tiazzoldi: Nei tuoi lavori il simbolo sembra nascere in modo spontaneo, quasi intuitivo. Come prende forma un'immagine quando inizi a disegnare?
Molto spesso le mie opere prendono forma da un punto intorno al quale iniziano a formarsi le immagini. Alle volte ho tradotto questi momenti creativi pensandomi come fossi una stampante che dalla mano trasportava, segno per segno, le immagini che arrivavano dal mio inconscio. Quel viaggio da dentro di me al foglio o alla tela è il mistero che mi porta a creare.
Questo accade sia con le opere disegnate in bianco e nero sia con le opere dipinte direttamente con le mani a colori su tela.
Quando invece il simbolo viene veicolato, parte da un intento creativo ispirato che ho nel momento in cui creo l'opera o, per esempio, quando mi viene commissionata con specifiche caratteristiche. Ammetto che preferisco muovermi liberamente senza troppe indicazioni: è un gioco e a volte una sfida darsi dei confini quando si crea. Potessi, disegnerei e dipingerei ogni foglio o muro che vedo.
Le tue opere sono attraversate da figure archetipiche, occhi, elementi naturali e trasformazioni del corpo. Cosa rappresentano per te questi richiami ricorrenti?
Quello che avviene nell'opera è sempre trasformativo: come c'è azione nell'immagine, c'è azione anche nella recezione della stessa.
Siamo esseri in continua evoluzione e ciò che ci collega alla realtà sono la natura tutta e il corpo con tutti i suoi sensi. Gli occhi ci danno la vista, uno dei sensi più potenti che abbiamo e che purtroppo abbiamo superficializzato. Essi sono a tutti gli effetti il prolungamento del nostro cervello, un portale che ci permette di proiettare e immettere informazioni continuamente dentro e fuori di noi.
Nelle mie opere l'opera stessa si osserva.
La natura ci ricorda da dove veniamo e il ritmo che vive in noi. Dentro di noi abbiamo tutto ciò che vediamo là fuori: siamo molto simili ai disegni che troviamo in natura, in ogni nostra componente.
Potrei dire che quando ci si mette in contatto con una mia opera è un po' come aprire un varco sull'unità del tutto.
Il segno nel tuo lavoro è molto preciso e stratificato, quasi meditativo. Quanto conta il tempo nel processo di costruzione di un'opera?
Hai usato il termine perfetto: meditativo.
Quello che accade è che quando opero tutto il resto scompare. Ricamo l'opera pezzo per pezzo provando una profonda sensazione di eternità.
Perciò il tempo, se vogliamo chiamarlo così, non è nemmeno più "tempo": diventa spazio, un luogo-non luogo dove la linearità del tempo scandito da una lancetta sparisce totalmente.
Sto molto bene quando vado lì.
Guardando i tuoi disegni si ha la sensazione di entrare in uno spazio interiore più che narrativo. Cerchi consapevolmente di lasciare aperta l'interpretazione?
Assolutamente sì. Sono convinta del fatto che quello che esprimo e lascio al mondo sia al servizio del mondo.
Alle volte traduco io stessa le mie opere e ogni volta che torno a meditare su di esse ricevo un'informazione differente, utile per quel momento.
Per questo motivo le ho chiamate Opere Evocative. Sono convinta che l'inconscio ci diriga per creare una relazione con la realtà e che l'arte, in questo, sia un potente strumento.
Siamo circondati di indizi che ci indicano la strada e uno di questi può essere un'opera d'arte.
Ogni persona che si trova di fronte a una mia opera evocativa ha la possibilità di connettersi a sé stessa e ri-conoscersi, dandosi la possibilità di scoprire parti di sé. Si può creare un vero e proprio rapporto con l'opera e da lì nascono cose bellissime.

In opere come “Tu sei pura creazione” o “La fonte – codice origine” emerge un forte legame con il tema dell'origine e della trasformazione. Quanto è importante questo aspetto nella tua ricerca?
Fin da bambina ho sempre percepito che vi fosse un "oltre", uno spazio percepibile oltre al corpo e alla realtà tangibile all'esterno di me.
Giocavo con questa realtà attraverso i sogni e l'immaginazione.
Con l'esperienza poi, toccando temi assoluti come i credo del mondo, la filosofia e le culture esistenti passate e presenti, mi sono accorta che c'era un minimo comun denominatore che le connetteva tutte.
Questo punto dal quale tutto inizia e tutto finisce mi ha sempre affascinata e spinta a sperimentare e mettermi alla prova, assistendo alla mia trasformazione con la consapevolezza che quello che accadeva in me era già esistito ed esisterà per sempre, in altre forme, con altri suoni e colori, ma sempre esistente ed eterno.
Nell'arte questo si è tradotto nel tentare, inconsciamente e non, di dare forma a un sentire che potesse soddisfarmi nell'unire visibile e non visibile.
Il bianco e nero dà ai tuoi lavori una dimensione sospesa, quasi fuori dal tempo. Come mai hai scelto di lavorare principalmente attraverso il disegno monocromatico?
Bianco e nero, luce e ombra, giorno e notte, vuoto e pieno, fuori e dentro, suono e silenzio.
La dualità che genera l'unità in una relazione costante.
Pur lavorando anche molto con il colore e altre tecniche pittoriche, c'è un profondo innamoramento per la solidità che questi due elementi mi fanno sperimentare.
Non c'è possibilità di fuga di fronte a questo binomio: se si sceglie di guardare, si guarda tutto.
Ciò che stimola in me lo spazio vuoto, bianco e luminoso, e ciò che si muove quando presenzio al pieno, oscuro e definito, mi spinge ad ascoltare e vedere quello che c'è in me: emozioni, percezioni, intuizioni.
È un gioco di forme definite che però celano in loro un indefinito esplorabile fino a quando ne ho passione.
Nei tuoi lavori si percepisce spesso la presenza di simboli antichi e forme rituali. Ti senti attratta da tradizioni esoteriche o da sistemi simbolici particolari?
La connessione con dimensioni "parallele" ha sempre fatto parte della mia realtà e questo mi ha continuamente spinta alla curiosità di analizzare e conoscere il significato delle cose.
Crescendo, in particolare dal periodo dell'Accademia in poi, ho iniziato ad ampliare le mie conoscenze e a studiare più approfonditamente anche il campo della metafisica, tra cui l'esoterismo e le discipline antiche.
Ho sempre avuto un approccio olistico alle cose del mondo e questo mi ha permesso di evitare integralismi che limitano la mia evoluzione.
I simboli, pertanto, sono nati e sono stati acquisiti nel tempo e utilizzati con grande attenzione, sempre a scopo evolutivo.
Quanto influiscono sogni, intuizioni o immagini interiori nella nascita delle tue opere?
Più di tutto sono le intuizioni e le immagini interiori a muovere la nascita di un'opera.
Attingo da visioni che si manifestano durante la giornata o da momenti di meditazione lucida nei quali entro in spazi interiori molto ricchi.
Le immagini dalle quali invece attingo nella realtà esterna sono per la maggior parte naturali: mi ispirano i contrasti e i giochi che crea la luce, le forme delle piante, degli animali e dell'essere umano.
Le tue opere sembrano invitare a una forma di ascolto interiore e contemplazione. Pensi che l'arte possa diventare anche uno strumento di connessione spirituale?
L'arte è in assoluto uno strumento di connessione, direi di connessione ad ampio spettro.
A ogni osservatore la sua opera.
Come per le relazioni tra esseri umani, credo che i fruitori instaurino un rapporto specifico con le opere che un artista crea e che non vi sia necessariamente bisogno che un'opera debba agire nello stesso modo per tutte le persone.
Questo è il bello dell'espressione artistica e creativa: come per la natura stessa, che ha mille usi e forme, anche le creazioni umane ci donano cose differenti in base a quello di cui abbiamo bisogno in quel momento.
Il bello della soggettività è che ci rende unici e uniti allo stesso tempo.
Quando una persona osserva le tue opere, cosa speri rimanga dopo il primo impatto visivo?
Ammetto che ho sempre lasciato le mie opere libere da aspettative.
Quello che però mi piace immaginare è che in qualche modo possano stimolare la persona che le guarda.
Auguro a chi si trova davanti a esse di provare la stessa emozione di pienezza, forza, ispirazione e stimolo che danno a me.




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