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Intervista a Salvatore Renna | Roccart Gallery

  • Immagine del redattore: Fabio Rocca
    Fabio Rocca
  • 5 giu
  • Tempo di lettura: 7 min

Vuoto, infinito e ricerca di senso nella pittura di Salvatore Renna


Opera di Salvatore Renna, cosmo
SEMPREVERDI

Salvatore Renna sviluppa una ricerca artistica che nasce dall'incontro tra immaginazione, riflessione esistenziale e osservazione dell'infinito. Le sue opere costruiscono paesaggi cosmici e spazi sospesi che non rappresentano luoghi reali, ma territori mentali in cui l'essere umano si confronta con ciò che sfugge alla comprensione.

Presentato da Roccart Gallery nel progetto espositivo Visioni dall'Oltre, Renna utilizza la pittura come uno strumento di indagine. Il vuoto, l'eternità, il mistero e il bisogno di orientarsi all'interno di una realtà più grande diventano elementi centrali di una ricerca che si muove costantemente tra razionalità e immaginazione.

Le sue immagini non offrono risposte definitive. Al contrario, invitano a sostare nel dubbio, ad accettare l'incertezza e a confrontarsi con quelle domande che accompagnano da sempre l'esperienza umana.

In questa intervista abbiamo approfondito alcuni aspetti del suo lavoro, dal significato del vuoto al rapporto tra arte, consapevolezza e ricerca interiore.


Opera di Salvatore Renna, dipinti degli abissi
SCENDO DENTRO

Intervista a Salvatore Renna


Le tue opere sembrano nascere da uno spazio sospeso tra vuoto e presenza. Cosa rappresenta per te il concetto di vuoto nella tua ricerca?

«Francamente non saprei darti una risposta precisa; se la conoscessi, credo che risolverei buona parte dei miei turbamenti. In un certo senso, il vuoto è croce e delizia: è il centro della mia ricerca. Cerco di indagarlo, di comprendere chi ne parla in ambito scientifico e di dargli un senso che possa trascendere l’essere che, purtroppo, è per natura in contraddizione con il non essere. Credo — e forse questa è la mia più grande speranza — che alla fine scopriremo che le due dimensioni possono coesistere. Allo stesso tempo, il vuoto potrebbe non avere senso alcuno, la nostra esistenza compresa, ed è lì che diventa una croce. Nella fattispecie, ho scoperto che tutto ciò ha un nome: apeirofobia, ovvero la paura irrazionale — e per questo orribile, secondo me — dell’infinità e dell’eterno.»


Come nasce un’immagine nel tuo processo creativo?

«Un’immagine nasce sempre da un forte stimolo, che sia interiore o esterno. Mi capita di ascoltare una canzone, leggere un libro o persino cogliere una singola frase, e improvvisamente focalizzo un’immagine che, per me, è la sintesi di un pensiero complesso; un pensiero a volte difficile da spiegare a parole, ma dalla potenza evocativa disarmante. Tuttavia, non credo nell’ispirazione — o almeno, con me non funziona — intesa come quel qualcosa che arriva all’improvviso e ti mette in mano la creazione. Personalmente, lo vivo come un processo emotivo che, a un certo punto, sento il bisogno di fissare in un’immagine. Dipingo l’universo, ad esempio, con l’idea di creare una mappa immaginifica che mi permetta di orientarmi nel nulla.»


Il nero e l’azzurro sono colori ricorrenti nella tua pittura. Che valore hanno per te queste tonalità?

«In realtà, non hanno un valore simbolico particolare. Sono tonalità che offrono una familiarità immediata all’occhio umano: se escludiamo cieli dai colori straordinari, caraibici o polari, siamo abituati a vedere cieli azzurri o notti scure. Li immagino quindi come un punto di partenza comune, una base che poi va a sfociare in altre tinte — rossi, gialli, verdi che squarciano il velo della consuetudine per raccontare uno stato emotivo differente. A volte mi piace giocare proprio su questo contrasto: accostare una tinta che trasmette serenità a un soggetto che, al contrario, evoca inquietudine.»


Le tue opere evocano spesso una dimensione cosmica e contemplativa. Quanto conta l’aspetto spirituale o esistenziale nel tuo lavoro?

«Direi che l’aspetto esistenziale conta molto, quasi nella sua totalità; quello spirituale meno, o meglio, non nel suo significato più stretto o comune. Non riesco ad avvicinarmi alla religione, qualunque essa sia: non cerco una "buona parola" o una pacca sulla spalla. Del resto, credo che in fondo siamo tutti peccatori e nessuno è come la religione vorrebbe. Anche il Papa, segretamente, farà cose che mi dice di non fare perché, altrimenti, è peccato. Pertanto, non trovo conforto in questo, ma credo che ognuno di noi possieda una propria spiritualità: un santuario che accoglie sia la nostra parte più materiale e materica, sia quella più evanescente. Sta a noi alimentarla, e non necessariamente meditando, pregando o andando per campi a contemplare la natura. Per quanto mi riguarda, si può raggiungere uno stato di ascensione anche stando chiusi in uno sgabuzzino. Tutto sta nel capire quanto sei disposto a camminare dentro te stesso.»


Dipinto di Salvatore Renna
SOTTO UN CIELO DI CASUALITA'

Nel tuo processo artistico convivono controllo e casualità. Quanto lasci spazio all’imprevisto durante la realizzazione di un’opera?

«Se dovessi fare una stima, direi che un’opera nasce dall’80% di casualità e dal 20% di controllo. Il controllo si limita a darmi l’impulso iniziale: voglio dipingere. Scelgo il supporto e l’album musicale che mi terrà compagnia; dal colore in poi, è tutto casuale. Anche nel gesto: oltre alle pennellate, alcune velature le ottengo soffiando sul colore. Di questo non ho alcun controllo: il colore si espande e si contrae seguendo una sua logica a me incomprensibile che, però, poi funziona. Mi sembra che sia proprio questo a reggere l’intero equilibrio dell’opera, creando quasi un parallelismo con l’esistenza stessa: un sistema apparentemente, o probabilmente, casuale, eppure così concreto nel suo equilibrio, per quanto fragile e precario.»


In alcune opere compaiono piccole figure umane immerse in spazi immensi. Cosa rappresenta per te la presenza umana all’interno di queste dimensioni così vaste?

«Sì, utilizzo dei piccolissimi manichini che richiamano le fattezze umane. A volte sono in solitaria, altre volte interagiscono tra loro, a seconda del tema dell’opera. Scelgo di rappresentarli così perché sono svuotati da qualsiasi tratto identificativo: rappresentano "tutti e nessuno", e principalmente me stesso.

È curioso notare come, proprio in questo anonimato, diventi possibile per chiunque identificarsi. Lascio allo spettatore la libertà di specchiarsi o meno in quella situazione.

Tuttavia, è un elemento che ho aggiunto in una fase successiva. Inizialmente, quando ho cominciato a dipingere l’universo, non c’era altro che stelle e cielo; avevo dato uno strappo netto alla mia produzione precedente, che era invece molto più terrena. Successivamente, una volta ambientato e trovata confidenza con il vuoto, ho iniziato a riempirlo e a inseguire l’infinito.»


Guardando i tuoi lavori si ha la sensazione di entrare in un luogo mentale più che reale. Ti interessa rappresentare un paesaggio o uno stato interiore?

«Come dicevo, è tutto una rappresentazione della mia immaginazione. A volte mi è capitato di dipingere un cielo che, in seguito, mi è sembrato di rivedere in una fotografia reale scattata dalle agenzie spaziali. Magari l’avevo vista in passato, ma mi piace pensare di aver abitato quel luogo, fosse anche solo con la mente, per averlo ricreato con tale nitidezza.

Qui però interviene la mia "croce": la razionalità, che mi suggerisce di aver già visto quell’immagine senza ricordarlo, trasformando il gesto pittorico nel semplice riportare a galla un ricordo. In quel momento, la magia svanisce.

Ed è sempre lì che torniamo: a rincorrere illusioni e possibilità.»


All’interno di Visioni dall’Oltre, il tuo lavoro dialoga molto con il tema della percezione e dell’invisibile. Come hai vissuto questo confronto con la mostra?

«Non amo la parola “confronto”: direi piuttosto "contatto". Le mie opere sono state inserite sapientemente in una selezione di artisti con cui si è creata, visivamente, una comunione di intenti.

È proprio questo che mi ha convinto ad accettare la proposta: non amo particolarmente esporre, non per timidezza, ma perché è raro trovare contesti che non siano orientati esclusivamente all’aspetto più vanesio del mondo dell’arte.

Odio la spettacolarizzazione, l’artista che vuole prevalere sull’opera, e ancor più detesto le occasioni in cui le opere diventano solo un contorno, o una mera masturbazione intellettuale collettiva per chi ha bisogno di sentirsi "qualcuno" e di essere forzatamente accettato come tale.

Sembra quasi che, al di fuori dell’approvazione altrui, per molti non esista altro, neppure il senso stesso della propria esistenza.

Per questo, Visioni dall’Oltre è stata una boccata d’aria fresca rispetto allo “star system”: ho sentito una reale valorizzazione, una comprensione autentica e, soprattutto, un profondo rispetto per le opere e per le mie esigenze.»


Le tue opere richiedono uno sguardo lento, quasi contemplativo. Pensi che oggi l’arte possa ancora creare momenti di silenzio e riflessione?

«Non affiderei all’arte questo compito; deve partire da ognuno di noi.

Qualche anno fa sono sceso da questo treno che corre frenetico verso una meta ignota: mi sembrava assurdo essere disposto a scalare mari e monti per raggiungere obiettivi mai sazi, senza riuscire a dedicarmi nemmeno cinque minuti, al di fuori dei ritmi asfissianti che ci imponiamo quotidianamente.

Oppure, peggio ancora, rimandare sempre, come se avessimo tempo all’infinito e come se gli imprevisti non esistessero.

Credo che sia necessario uno shock per spingere una persona a diventare pienamente cosciente di sé. Nel mio caso, ha funzionato.

Per dirne una: crediamo di vivere il presente, ma il sole potrebbe essere esploso proprio ora e noi lo scopriremmo soltanto tra otto minuti. Dopo di che, puoi ficcarti dove meglio credi: il futuro, gli obiettivi, le cose — spesso futili — che fino a quel momento credevi fossero il centro del mondo, svaniscono.

Tutto ciò per dire: vivi, adesso.

Difatti, dopo vent’anni passati a ripetermelo, oggi finalmente sto imparando a suonare il pianoforte.»


Guardando al tuo percorso artistico e personale, dove immagini possa portarti la tua ricerca nei prossimi dieci anni?

«Sinceramente, non mi pongo la domanda. Domattina potrei smettere di dipingere e non sentirne più l’esigenza, oppure continuare per altri mille anni; non lo faccio per un fine ultimo.

Certo, sarei ipocrita se dicessi che non mi piacerebbe raggiungere un certo successo, vedere una mia opera sulla copertina di un disco sarebbe un sogno, così come affermarmi nel mercato dell’arte, ma, per essere estremamente sincero, quasi venale, spero di ottenere tutto ciò esclusivamente per potermi permettere la risorsa più preziosa: il tempo.

Quel tempo di qualità che non sei costretto a subire, ma che scegli di trascorrere.

Il mio modello di artista ideale è Mina, un personaggio che per me ha del mitologico. Non ascolto la sua musica, non è nelle mie corde, ma provo un’ammirazione profonda per quello che ha fatto e per come lo ha fatto: fuori dalle scene, eppure con una presenza iconica.»


 
 
 

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