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Intervista a Marco Perna | Roccart Gallery

  • Immagine del redattore: Fabio Rocca
    Fabio Rocca
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 4 giorni fa

Tra figurazione e astrazione, Marco Perna costruisce un linguaggio pittorico in cui il colore diventa speranza, le immagini si trasformano in domande e ogni opera invita lo spettatore a confrontarsi con le proprie emozioni.


Dipinto contemporaneo di Marco Monatti caratterizzato da colori intensi e forme simboliche.

Il percorso artistico di Marco Pernanasce dall'incontro con la pittura durante gli anni dell'adolescenza, grazie all'esperienza della Libera Accademia di Pittura fondata dal maestro Manlio Sarra. Da allora, il colore e la ricerca espressiva sono diventati strumenti attraverso cui interpretare la realtà, trasformando emozioni, ricordi e riflessioni in immagini sospese tra figurazione e astrazione.

Nelle sue opere convivono elementi simbolici, forme oniriche e suggestioni cromatiche che non cercano di offrire risposte definitive, ma di stimolare il dialogo con chi osserva. La pittura, per Perna, non è semplice rappresentazione del mondo visibile: è uno spazio di introspezione e libertà, un luogo in cui ogni spettatore è chiamato a costruire il proprio significato.

In questa intervista, l'artista racconta il rapporto con il maestro che ha segnato la sua formazione, l'importanza del colore come simbolo di speranza, il legame tra esperienza personale e ricerca artistica e il desiderio di continuare a esplorare, attraverso la pittura, le grandi domande del nostro tempo.


Dipinto contemporaneo di Marco Monatti caratterizzato da colori intensi e forme simboliche.
CUORE DI PEZZA

INTERVISTA A MARCO PERNA:


Come è nato il tuo percorso artistico e quale momento ti ha fatto capire che la pittura sarebbe diventata una parte fondamentale della tua vita?

Il mio incontro con l'arte è legato a uno di quei colpi di fortuna che sembrano stabiliti dal destino e che si verificano nel momento e nel luogo perfetti per cambiare una vita. Erano gli anni Ottanta quando quello che sarebbe diventato il mio maestro, il pittore Manlio Sarra, ormai avanti con gli anni e desideroso di lasciare qualcosa della sua esperienza alla sua terra natale, decise di fondare, insieme al Comune di Monte San Giovanni Campano, la "Libera Accademia di Pittura".

Era un incredibile crogiolo di cultura e arte, aperto sia agli artisti affermati sia ai giovani che, come me, stavano ancora cercando la propria strada. Mentre i miei coetanei trascorrevano l'estate al mare, io passavo le giornate immerso in quel mondo fatto di colori, passione e condivisione. Avevo quattordici anni, un motorino appena comprato e una fame di imparare che forse si possiede soltanto a quell'età.

Purtroppo il maestro ci lasciò dopo pochi anni e quell'esperienza terminò con lui, ma ciò che aveva seminato continuò a vivere dentro molti di noi, che fecero dell'arte, in forme diverse, una vera professione.

Le tue opere spaziano tra figurazione e astrazione. Cosa ti porta a scegliere un linguaggio piuttosto che l'altro?

Ogni mia opera è diversa dalle altre: ciascuna porta un messaggio e vuole interrogare lo spettatore, invitandolo a scavare nel quadro e dentro sé stesso. Per questo motivo adatto la tecnica al contenuto che desidero trasmettere.

La figurazione offre spesso una chiave di lettura immediata, ma non sempre è la soluzione migliore: a volte l'osservatore rischia di fermarsi alla perfezione delle forme senza approfondire il significato dell'opera.

Per questo preferisco creare una sintesi tra astratto e figurativo: realizzo opere prevalentemente astratte, arricchite da elementi figurativi che aiutano chi guarda a entrare nel dipinto e a interpretarlo. Ciò che invece non mi interessa è il realismo. La mia figurazione non è mai realmente realistica, ma piuttosto onirica e fantastica.

Il colore ha un ruolo centrale nella tua ricerca. Come scegli la palette di un'opera e quale importanza attribuisci ai contrasti cromatici?

Per me il colore rappresenta la speranza ed è un elemento fondamentale. Anche quando affronto temi difficili o dolorosi, è proprio il colore a impedire che l'opera sprofondi nella disperazione.

Il colore ci aiuta a prendere coscienza delle difficoltà del nostro tempo, ricordandoci però che, anche dopo i momenti più bui, un raggio di sole può sempre tornare a splendere.

Prima di iniziare un dipinto hai già un'immagine precisa di ciò che realizzerai oppure lasci che sia l'opera a trasformarsi durante il processo creativo?

Solo in circa metà delle mie opere ho già un'idea precisa di ciò che voglio rappresentare, e si tratta quasi sempre di lavori figurativi. Tuttavia, anche in questi casi, mentre i colori prendono forma sulla tela, è spesso l'opera stessa a guidarmi verso evoluzioni inattese e sorprendenti.

Nelle tue tele convivono elementi simbolici, figure e forme astratte. Quanto conta per te lasciare allo spettatore la libertà di interpretare ciò che vede?

Dico sempre che un'opera deve interrogare lo spettatore, deve spingerlo a riflettere. La risposta che ognuno trova può essere molto diversa da quella che mi ha portato a creare il dipinto, ma non importa, perché quella è la sua verità.

Chi osserva guarda attraverso il filtro delle proprie emozioni e del proprio vissuto. Il vero problema nasce quando un'opera non suscita alcuna riflessione e non riesce a dire nulla. È proprio questo che spero non accada mai ai miei lavori.


Dipinto contemporaneo di Marco Monatti caratterizzato da colori intensi e forme simboliche.
JE RESTE SEULE

Quali artisti, movimenti o esperienze hanno influenzato maggiormente il tuo modo di dipingere?

Il mio maestro era un post-impressionista e mi ha insegnato a non utilizzare il nero e a non perdermi dietro linee troppo definite, privilegiando invece la ricerca della luce e delle emozioni.

L'impressionismo, il post-impressionismo e l'espressionismo hanno influenzato profondamente la mia concezione dell'arte. Un ruolo fondamentale lo ha avuto anche Kandinskij, che mi ha insegnato come il colore possa vivere e vibrare anche quando viene liberato dalle forme.

Nel corso degli anni la tua pittura è cambiata. Qual è l'evoluzione più significativa che riconosci nel tuo percorso?

Come ogni esperienza umana, anche il percorso artistico è inevitabilmente destinato a evolversi. Non sono più il ragazzo che cercava di applicare alla lettera gli insegnamenti del maestro: con il tempo li ho fatti miei e li ho reinterpretati secondo la mia sensibilità.

Negli ultimi anni mi accorgo di osare di più, sia con l'astrazione sia con il colore. Più che di un'evoluzione stilistica, parlerei di una maggiore consapevolezza e libertà espressiva.

Quanto ha inciso il tuo vissuto personale nella costruzione della tua identità artistica?

La mia storia artistica è stata piuttosto tormentata. Nonostante il desiderio di diventare pittore fosse chiaro fin dall'adolescenza, i dubbi sulla possibilità di trasformare questa passione in una professione mi hanno portato a scegliere la strada dell'ingegneria elettronica.

Ho lavorato prima in Italia e poi in Francia, senza mai abbandonare del tutto la pittura. È stato proprio in Francia che ho trovato il coraggio di mettere da parte le mie paure e tentare di fare dell'arte la mia vera professione.

Forse una scelta diversa mi avrebbe portato a essere un artista differente, ma credo che tutte le esperienze vissute abbiano arricchito il mio bagaglio umano e culturale.

Da quando vivo in Lorena, inoltre, sento il bisogno di inondare le mie tele di colore: probabilmente è il mio modo di reagire al grigio del cielo del nord della Francia.

C'è un'opera alla quale sei particolarmente legato?

Ogni opera nasce con un cordone ombelicale ben visibile e ogni separazione lascia inevitabilmente una piccola ferita. Tuttavia, esiste un dipinto al quale non riuscirei mai a rinunciare.

È una tela realizzata ai tempi dell'Accademia e raffigura una ragazza seduta su un muretto, con uno scorcio del mio paese sullo sfondo. Su quella tela ci sono ancora alcune pennellate del mio maestro, che mi mostrava come rendere più realistico un muro di pietra.

Ma ciò che la rende davvero speciale è il fatto che, per la prima volta, decisi di imporre la mia idea di arte, andando anche contro i consigli del maestro, che avrebbe preferito un paesaggio privo di figure umane. È stato il mio momento di consapevolezza artistica.

Guardando al futuro, come immagini possa evolversi la tua ricerca artistica nei prossimi dieci anni?

Non so come evolverà la mia ricerca. Mi considero quasi un "reazionario" nel panorama dell'arte contemporanea, perché continuo ostinatamente a utilizzare tela, pennelli e colori a olio, strumenti che molti hanno abbandonato ma che, per me, possiedono ancora un'anima e un calore insostituibili.

Per quanto riguarda i temi, purtroppo l'attualità ci offre continuamente spunti di riflessione. Uno degli argomenti ai quali ho dedicato molte opere e che sento ancora urgente affrontare è la difesa della donna, della sua libertà e del suo diritto a realizzarsi pienamente, senza barriere e imposizioni.

Spero però di continuare a dedicare tempo anche all'introspezione, perché è nel confronto sincero con la tela che un artista cresce davvero. Davanti a un dipinto non si può mentire: bisogna mettersi a nudo e riconoscersi nelle proprie passioni e nei propri desideri.


 
 
 

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