Intervista a Alessandro Giordani | Roccart Gallery

Tra griglie geometriche, segni e simboli, Alessandro Giordani esplora il rapporto tra ordine e caos, riflettendo sulla sovraesposizione delle immagini e sulla possibilità di trovare nuove forme di libertà nel processo creativo.

La ricerca di Alessandro Giordani si sviluppa attraverso griglie geometriche, segni, moduli e simboli che riflettono il rapporto tra l’individuo e la società contemporanea. Architetto di formazione, l’artista costruisce superfici nelle quali ordine e ripetizione diventano strumenti per interrogare il flusso continuo di immagini e informazioni che caratterizza il nostro tempo.
Nel suo lavoro, la razionalità della struttura si confronta con il caos visivo, mentre la ricerca di controllo lascia progressivamente spazio all’imprevisto e alla trasformazione. Dalle prime composizioni rigorose alla serie Contemporary Iconografia, la pittura diventa un luogo di osservazione critica, ma anche uno spazio in cui il processo creativo può evolversi senza seguire un percorso prestabilito.
In questa intervista, Giordani ripercorre le tappe della propria ricerca, raccontando le influenze che hanno contribuito alla sua formazione, il significato della ripetizione e il delicato equilibrio tra regola e libertà. Una riflessione sul valore delle immagini, sulla necessità di creare e sulla possibilità di lasciare che siano le opere stesse a suggerire nuove direzioni.

INTERVISTA AD ALESSANDRO GIORDANI:
Quando hai capito che l’arte sarebbe diventata una parte fondamentale della tua vita e del tuo percorso personale?
Ho sempre amato disegnare e creare oggetti con quello che avevo sottomano, ma soprattutto disegnare. Ricordo che mi piaceva riprodurre immagini tratte da fotografie pubblicate sui giornali. Questo fino ai vent’anni circa, quando ho sentito il desiderio di provare a dipingere su tela, utilizzando colori e pennelli. In questo caso, però, non volevo più riprodurre oggetti o immagini di ciò che vedevo, ma realizzare lavori astratti.
L’incontro con alcuni artisti contemporanei, più ancora di quelli del passato, ha suscitato in me ammirazione e stupore. Ricordo in particolare una mostra di Alberto Burri al Palazzo delle Esposizioni di Roma e una di Cy Twombly alla National Gallery di Londra, che mi avevano profondamente impressionato. Forse è stato allora che ho capito che ciò che non è visibile, l’astratto, era quello che più mi attraeva e che anch’io volevo provare a creare.
Inizialmente sono stato molto influenzato dall’Informale e dall’Espressionismo astratto. Nel tempo, altri artisti e altre opere, a volte poco conosciuti, hanno suscitato in me ammirazione e curiosità.
Non c’è stato un momento preciso in cui ho capito che quello che facevo stava diventando qualcosa di importante nella mia vita: ho semplicemente continuato a realizzare lavori. A volte penso di aver esaurito il desiderio di creare, ma dopo un po’ sento dentro di me un impulso che mi spinge a ricominciare. Finora questa spinta non si è esaurita, anche se a volte è rimasta in sospeso. Qualcosa continua a muovermi.
Le tue opere sono costruite attraverso segni, moduli e pattern che richiamano il linguaggio contemporaneo. Come è nato questo modo di dipingere?
Negli anni ho realizzato lavori su temi e cicli diversi, alcuni anche di breve durata. Il mio lavoro, quindi, è cambiato nel tempo.
Tra i temi e i cicli che ho affrontato ci sono Sensibile alla luce, Evoluzione informale, Trame, Il bisogno dell’ordine, In evidenza, Tele molli, Emoticons e Nuvolette.
Utilizzo pattern e moduli da diversi anni, anche se nel tempo li ho sviluppati in modi differenti. Negli ultimi anni ho continuato a lavorare con i moduli, realizzando una griglia ortogonale di base, una sorta di quadrettatura. All’interno di questa griglia ho iniziato a creare simboli, piccole trame e segni, isolandoli oppure sovrapponendoli. Ho dato a questi lavori il nome di Contemporary Iconografia.
Si tratta di immagini formate da elementi pixelati, segni e simboli, che intendono rappresentare una semplificazione della figura e che, in qualche modo, fanno riferimento alla banalizzazione che riscontro in molti aspetti della società contemporanea.
A volte i segni si sovrappongono fino a creare un caos di immagini. Nella mia intenzione, questo dovrebbe rappresentare la sovraesposizione di immagini e informazioni a cui siamo continuamente sottoposti.
A mio avviso, questa sovraesposizione fa sì che nessuna immagine e nessuna informazione abbia più un significato o un peso specifico. Tutto concorre a creare caos, uniformità, appiattimento e omologazione, senza che un’immagine o un’informazione abbia una rilevanza maggiore rispetto a un’altra.
Niente ha valore perché tutto ha valore e tutto si trova sullo stesso piano. Si crea un’attenzione continua verso qualcosa che sembra importante, ma lo è soltanto per un istante. Si cerca continuamente l’attenzione momentanea, l’effetto, lo stupore, senza lasciare spazio allo stupore autentico.
Si potrebbe parlare di sensazionalismo, di un’informazione che non informa e di un’immagine che non fa immaginare nulla.
Nei tuoi lavori convivono geometria, ripetizione e ritmo visivo. Cosa rappresentano per te questi elementi e cosa ti permettono di esprimere?
La griglia ortogonale, che da molto tempo costituisce la base dei miei lavori, credo derivi da una mia impostazione razionale, orientata al controllo e legata al mio modo di essere. Essendo architetto, evidentemente convivono in me una componente razionale e una creativa, che esprimo anche attraverso le opere. Ho bisogno di una base su cui costruire le mie trame, i miei segni e i miei simboli. È come se avessi necessità di un appoggio.
Le trame che compongo, anche se oggi con meno frequenza rispetto al passato, sono spesso realizzate attraverso segni sempre uguali. Ritengo che esprimano un’ulteriore esigenza di razionalità e controllo, che si aggiunge a quella rappresentata dalla griglia ortogonale alla base del lavoro.
Un altro significato che attribuisco alle trame uniformi è quello della ripetizione delle azioni che ognuno di noi compie quotidianamente. Riporto questa ripetitività nei miei lavori: la superficie uniforme che ne deriva è forse un tentativo, evidentemente impossibile, di tendere all’assoluto e alla perfezione. Qualcosa di quotidiano e banale che vorrebbe essere elevato a sublime.
Quanto hanno inciso il tuo vissuto personale, le esperienze e gli incontri sulla tua ricerca artistica? Pensi che oggi le tue opere raccontino, in qualche modo, anche la tua storia?
Tutto ciò che faccio non è altro che l’espressione, elaborata in maniera più o meno consapevole, del mio vissuto. Questo vale sia per quanto riguarda l’arte, le opere e gli artisti che ammiro, che mi hanno interessato o che ho semplicemente incontrato, sia per tutto il resto della mia vita.
Le esperienze positive e negative, gli obiettivi raggiunti, i fallimenti, i traumi e i ricordi belli contribuiscono tutti a ciò che realizzo.
Errori, ripensamenti, correzioni, tentativi più o meno riusciti e lavori non finiti, da qualche tempo, rimangono evidenti all’interno dei miei quadri. Non cerco di nasconderli o camuffarli.
Fino a qualche tempo fa ricercavo una certa perfezione e un certo rigore estetico. Anche questo rappresenta un cambiamento nel mio lavoro. Prima cercavo di non commettere errori e, quando accadeva, provavo a correggerli e a nasconderli. Volevo inoltre avere chiaro in mente l’intero lavoro prima di eseguirlo.
Oggi, invece, pur partendo da un’intenzione iniziale, lascio che il lavoro si sviluppi durante la sua realizzazione.
Quando inizi una nuova opera parti da un’idea precisa oppure lasci che il dipinto si trasformi durante il processo creativo?
La risposta riprende in parte quanto detto prima. Nel corso degli anni ho modificato il mio modo di lavorare.
Per un periodo ho realizzato trame uniformi e, quindi, all’inizio del lavoro sapevo già cosa avrei fatto durante l’esecuzione. Da qualche anno, invece, pur mantenendo la griglia ortogonale come base, lascio che l’opera si sviluppi mentre la realizzo.
Non si tratta di una libertà totale, ma è comunque una libertà che prima non avevo. Non so se questo cambiamento migliori o peggiori il mio lavoro: è semplicemente una trasformazione che ho attraversato nel corso degli anni.

Le tue composizioni sembrano dialogare con il mondo digitale, il design e la comunicazione visiva. È una ricerca consapevole oppure nasce in modo spontaneo?
I miei lavori degli ultimi anni fanno riferimento al mondo della comunicazione, dei mass media, della televisione e di Internet. È probabilmente un tentativo inconsapevole, forse critico o forse semplicemente legato alla presa d’atto di come siamo continuamente raggiunti da enormi quantità di immagini e informazioni.
I lavori che realizzo non rispondono a un obiettivo chiaro o a un programma prestabilito, almeno non in modo consapevole. Sono una ricerca e una rappresentazione di ciò che vivo e che sento l’impulso di esprimere.
Ci sono artisti, movimenti o esperienze che hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?
Sono da sempre attratto dall’arte, in tutte le sue forme, e frequento da sempre musei, gallerie e monumenti che custodiscono opere di artisti contemporanei e antichi. Leggo anche libri che raccontano il loro lavoro.
Ritengo che, più o meno consapevolmente, molti artisti e molte opere mi abbiano influenzato. Penso che in tutto ciò che faccio ci sia qualcosa di ogni artista, del presente e del passato, che mi ha affascinato o che ho anche soltanto conosciuto, senza esserne necessariamente colpito in modo consapevole.
Credo, inoltre, che chi ha avuto la possibilità di ammirare le opere di artisti come Michelangelo, Giotto e Caravaggio porti dentro di sé qualcosa che chi non ha mai avuto quell’esperienza non può avere. Questa conoscenza, in qualche modo, si riflette nel lavoro che si realizza.
Le tue opere sembrano trovare un equilibrio tra ordine e caos, tra costruzione e libertà. È una tensione che cerchi volutamente nella tua pittura?
Il rapporto tra ordine e caos, tra regola e libertà, è da molto tempo un elemento del mio lavoro. Probabilmente la componente dell’ordine e del controllo continua a dominare le mie opere: non riesco a fare a meno di realizzare una griglia ortogonale come base.
Anche oggi la libertà del segno è, in qualche modo, limitata, sebbene meno rispetto al passato. Ritengo però che questa limitazione sia stata in parte sostituita da una libertà di pensiero e di ricerca. Nel mio lavoro prevale il pensiero più che il segno o il gesto.
Quando realizzo un’opera non penso a un equilibrio da raggiungere: eseguo e basta. Non realizzo un segno valutando il rapporto che avrà con gli altri segni. Lo stesso vale per i colori. L’esecuzione del lavoro è il lavoro.
Cosa ti piacerebbe che il pubblico percepisse osservando per la prima volta un tuo lavoro?
Mi fa piacere dare spiegazioni su ciò che faccio, ma allo stesso tempo ritengo che questo possa rappresentare un limite.
Vorrei che ognuno percepisse ciò che desidera. Anzi, mi incuriosisce e mi dà soddisfazione quando un osservatore offre spiegazioni o esprime impressioni sulle mie opere a cui io stesso non avevo pensato.
Guardando al futuro, come immagini possa evolversi la tua ricerca artistica nei prossimi dieci anni? Ci sono nuove direzioni o temi che senti il desiderio di esplorare?
Non riesco a guardare troppo lontano nel tempo per quanto riguarda l’evoluzione del mio lavoro.
Mi piacerebbe che ciò che faccio arrivasse a un numero sempre maggiore di persone e che fossero sempre di più quelle che apprezzano le mie opere. In qualche modo, il riconoscimento è una mia ambizione.









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