Intervista a Yuri Biagini | Roccart Gallery

Tra pittura, ricerca interiore e materia, Yuri Biagini racconta il coraggio di cambiare strada e una ricerca artistica nata dal confronto con l’imprevisto, la filosofia e ciò che ancora non conosciamo.

La ricerca di Yuri Biagini nasce da una scelta radicale: rimettersi in gioco a quarant’anni, lasciare la sicurezza di un percorso già conosciuto e intraprendere una nuova formazione artistica. Dal corso serale del Liceo Artistico Leon Battista Alberti all’Accademia di Belle Arti, il suo percorso è stato segnato dalla costanza, dalla disciplina e soprattutto dalla necessità di mettere continuamente in discussione il proprio lavoro. Intervista Fabio
La pittura diventa così uno strumento di conoscenza e trasformazione. Il vissuto personale, il rapporto con la materia, la filosofia, la meditazione e la ricerca spirituale confluiscono in una pratica che non cerca di riprodurre ciò che è visibile, ma di interrogare ciò che si trova oltre la superficie. Una pittura costruita nel confronto tra gesto, colore, materia e imprevisto, nella quale anche il fallimento e il punto morto diventano parte del processo creativo. Intervista Fabio
In questa intervista, Yuri Biagini racconta il percorso che lo ha portato alla pittura, le influenze che hanno contribuito alla sua formazione, il significato di Mappe Invisibili e la figura immaginaria di Ipsopleto, fino alla sua idea di arte come spazio di libertà e di ricerca verso qualcosa di ancora sconosciuto.

INTERVISTA A YURI BIAGINI:
Come ci siamo conosciuti avevi già quarant’anni e hai scelto di iscriverti alle scuole serali di un istituto d’arte. Cosa ti ha spinto, a quel punto della tua vita, a rimetterti in gioco e a intraprendere un percorso completamente nuovo?
Per anni avevo avvertito il richiamo dello studio, ma la sicurezza del lavoro e la paura di abbandonare il conosciuto per l’ignoto mi avevano trattenuto.
In quel periodo le mie esigenze interiori non erano ancora emerse con la forza dirompente che si è palesata in seguito.
Con il passare del tempo, il bisogno di mettermi alla prova e l’idea di non tentare hanno iniziato a pesarmi più del rischio del cambiamento.
Nel 2014 c’è stata la svolta: ho deciso di varcare quella soglia e mi sono iscritto al corso serale del Liceo Artistico Leon Battista Alberti. È stato un atto di profondo coraggio, e il coraggio, in fondo, è solo una paura vinta.
Da come l’ambiente mi ha risposto in seguito ho avuto la conferma immediata di quanto fosse giusta quella decisione, una scelta che ha cambiato radicalmente la mia vita.
Da allora hai proseguito con l’Accademia di Belle Arti, fino ad arrivare quest’anno alla conclusione della magistrale. È stato un percorso lungo e sicuramente impegnativo. Quanto hanno contato nella tua crescita artistica la costanza, la disciplina e la capacità di non mollare?
In un percorso così lungo e impegnativo, la costanza e la disciplina sono state fondamentali, ma non nel senso tradizionale del termine.
Per me non si è trattato di subire delle regole, ma di esercitare quotidianamente l’umiltà e la consapevolezza necessarie per mettermi sempre in discussione, rifiutando l’arroganza di chi crede di sapere già tutto.
La vera difficoltà dell’Accademia è stata l’impatto con un ambiente saturo di ego smisurati.
Davanti a tutto quel rumore, e soprattutto nei momenti di profonda crisi interiore, la capacità di non mollare ha significato proprio questo: restare rigorosamente centrato sulla mia ricerca, senza farmi distrarre.
Prima di arrivare all’arte c’è stata una vita fatta di esperienze, lavori, incontri e scelte. Quanto del tuo vissuto ritrovi oggi nelle tue opere?
Tutto il mio vissuto si ritrova sulla tela attraverso un principio per me fondamentale: la capacità di trasformare il veleno in medicina.
Fin da quando ho memoria, il mio percorso è stato segnato dalla familiarità con l’assenza.
Al tempo stesso, prima dell’arte, ci sono stati anni di lavoro manuale e di confronto quotidiano con la materia.
Nel buddismo c’è un’immagine che sento molto mia: forgiando il ferro, tutti i suoi difetti vengono in superficie, ed è solo battendo quel metallo incandescente che si ottiene una bella spada.
Ecco, per me la pittura è quel fuoco. Il passato non va raccontato o esibito; uso la tela per battere quel ferro, far emergere le impurità del dolore e trasformare quel peso in qualcosa di forte e resistente.
Nel tuo percorso personale hai dedicato molto spazio anche alla filosofia e alla ricerca spirituale. Quanto queste esperienze hanno influenzato il tuo modo di guardare il mondo e, di conseguenza, il tuo modo di fare arte?
Fin da bambino mi accompagna la certezza che ci sia molto di più di quello che l’occhio riesce a vedere nell’ambiente che ci circonda.
Questa intuizione è la radice della mia spinta verso la spiritualità e verso la conoscenza di ciò che siamo veramente, al di là delle apparenze.
La meditazione, lo studio della filosofia e la ri-scoperta del buddismo sono arrivati dopo, come strumenti necessari per dare una forma e una disciplina a quella traccia interiore.
Tutto questo finisce inevitabilmente sulla tela. Quando dipingo, non cerco di riprodurre il visibile, ma di mettermi in ascolto di quel silenzio che sta dietro le cose, per provare a catturarne la forma.
Quando lavori davanti a una tela, cosa succede realmente? Parti da un’idea precisa oppure preferisci lasciare che il dipinto si costruisca attraverso il gesto, il colore e ciò che emerge durante il processo?
Accade.
Posso partire da un intento iniziale o da una struttura mentale, ma quel disegno si azzera nell’istante in cui il gesto e il colore incontrano la superficie.
Non c’è spazio per una pianificazione rigida. Dipingere significa stare dentro l’imprevisto del processo, assecondando quello che si palesa per poi esercitare il rigore più difficile: saper cancellare tutto ciò che è di troppo.

Ci sono artisti, correnti artistiche o pensatori che hanno avuto un ruolo importante nella tua formazione?
Il mio bagaglio visivo nasce molto prima degli studi: artisti come Raffaello, Cézanne, Picasso e Kandinsky facevano già parte del mio orizzonte.
Il primo vero spartiacque concettuale è arrivato in terza liceo, quando una professoressa mi ha fatto scoprire Roberto Matta.
Lì, attraverso il Surrealismo, ho capito che la pittura poteva aprire un varco verso ciò che sta sotto la superficie.
Successivamente, gli anni dell’Accademia hanno ampliato questo territorio, mettendomi a confronto con il lavoro di Richter, Kiefer e Tuymans.
La mia pittura oggi nasce in un preciso crocevia: la pittura è figlia della luce, e la luce, scomponendosi, dà i colori; da ciò scaturisce la moltitudine ed emergono le forme. Le infinite combinazioni che si possono ottenere mettendo insieme questi elementi producono scenari sempre nuovi e inesplorati. È negli interstizi di questo territorio che cerco di indagare.
Una parte importante della tua ricerca più recente confluisce in Mappe Invisibili. Senza parlare necessariamente della mostra, cosa rappresenta oggi per te la pittura: è un modo per esprimere ciò che già sai, oppure uno strumento per scoprire qualcosa che ancora non conosci di te stesso?
In generale l’arte è un modo di rappresentare il mondo nelle sue infinite forme: dalla copia esatta alla totale cancellazione di ciò che lo rende riconoscibile.
All’interno di questo processo è implicita una relazione costante tra l’interno e l’esterno.
La pittura in particolare, se prendiamo per buono questo assunto, può essere uno strumento di conoscenza.
Nella libertà che contraddistingue il modo di fare arte sta la sua complessità, perché l’artista si trova a un crocevia, di fronte a varie vie da percorrere, ognuna con la sua dignità e la sua ragion d’essere.
La strada che ho scelto io, e che sento più giusta per il mio percorso oggi, è fatta di molteplici tortuosità. È una sfida radicale con la materia e con la forma. La ricerca verso qualcosa di ancora sconosciuto e mai visto in campo artistico.
Nel tuo percorso hai mai avuto un momento in cui hai pensato di essere arrivato a un punto morto, oppure di non sapere più quale direzione prendere?
Sì, molte volte. Il punto morto è una costante legata anche al metodo degli studi: gli anni di Liceo e di Accademia hanno provocato forti tensioni interne attraverso la continua decostruzione del proprio lavoro, per poi doverlo ricostruire da nuovi parametri.
I docenti ti insegnano ad avere gli strumenti per guardare in modo trasversale quello che fai, ma metterlo in pratica significa lottare con i propri demoni.
Il blocco vero, nel mio caso, non è stato materiale ma sottile: non è il dipingere fine a se stesso che cessa, quanto la fatica di dare un senso strutturato a quello che si produce.
Il punto morto entra nel campo della poetica pura: significa dover trovare i propri pilastri concettuali, il famoso pretesto, che sostiene teoricamente l’intero lavoro.
Quando ti trovi in quel vuoto e cerchi una direzione, si tratta di entrare in contatto con una superficie — che sia tela, carta, legno, muro o PVC. In senso metaforico, quella superficie è la vita stessa.
Lì si genera lo sforzo maggiore, quello iniziale per vincere l’immobilità e rimettersi in moto, con un consumo di energia immenso, come un motore all’accensione.
La direzione si ritrova accettando quel primo impatto e prendendo coscienza del risultato avvenuto dal contatto.
Nell’ultima serie del percorso compare una figura particolare: il filosofo Ipsopleto, che indichi come vissuto in Epiro nel IV secolo a.C., ma che in realtà è una figura da te inventata. Come sei arrivato all’idea di creare questo personaggio? E soprattutto, da dove nasce il nome Ipsopleto? Che significato ha per te?
Ipsopleto è in definitiva un puro e semplice pretesto; un gioco raffinato e colto.
Nasce dalla crasi tra due parole greche: hypsos, che significa “in alto”, e plethora, che indica la moltitudine.
Al tempo stesso, questo personaggio è un omaggio a Jorge Luis Borges, un autore che mi sta sempre più a cuore e che ha fatto della finzione un mezzo per rivelare la verità.
Inventare questo filosofo del IV secolo a.C. non significa negare l’importanza della storia, che anzi rimane la coordinata fondamentale di ogni ricerca, ma usarne i meccanismi per dare cittadinanza all’immaginazione.
Ipsopleto è il mio schermo protettivo: mi permette di esplorare e mettere sulle superfici dei pensieri che, espressi a nome mio, risulterebbero troppo personali.
È la dimostrazione che l’arte non annulla il dato storico, ma lo attraversa, usando la forza dell’intuizione per spingerlo verso territori inesplorati.
Se immagini Yuri Biagini tra dieci anni, dove lo vedi? Che artista vorresti essere, e soprattutto che persona vorresti essere diventato?
Del doman non v’è certezza, diceva Lorenzo il Magnifico, e rispondere a questa domanda significa formulare un’ipotesi pura.
Non posso prevedere come sarà il contesto fiorentino tra dieci anni, né come sarò io allora.
Firenze è stata la culla del Rinascimento, ma ho l’impressione che in quella culla il bambino sia morto; il peso della storia soffoca la novità e il contemporaneo fatica a trovare ossigeno.
Questo non significa voler scappare. Significa accettare che un artista debba mettersi nella condizione di essere un po’ ramingo, aperto al mondo.
Oggi, del resto, Internet permette alle opere di viaggiare ovunque anche se la carne resta in studio.
Come persona, tra dieci anni, vorrei essere qualcuno che ha superato i confini fisici del proprio territorio, avendo mantenuto la flessibilità e l’apertura necessarie per far circolare il mio lavoro laddove c’è un terreno fertile per condividere una visione.
Questa è forse la domanda più difficile, e rispondere è assolutamente facoltativo: perché una persona dovrebbe scegliere di acquistare un tuo quadro? Cosa pensi che possa trovare nella tua arte, al punto da voler investire del proprio denaro per portare una tua opera nella propria vita?
Se ti piace acquistalo.
So bene che nelle gallerie spesso si ragiona per investimento, cercando l’artista affermato o il buon affare.
Purtroppo, se l’arte diventa soltanto una scommessa finanziaria è destinata a una lunga catena di sofferenza.
Un quadro non ha bisogno di giustificazioni economiche o intellettuali per entrare nella vita di qualcuno.
Se davanti alla superficie avverti una risonanza, un calore che ti fa stare bene, allora l’opera ha già fatto il suo lavoro.
La scelta dovrebbe rimanere un atto di pura libertà, ma a volte si tende a seguire più la mera speculazione che l’istinto.









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