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Intervista a Chiara Zoppetti | Roccart Gallery

  • Immagine del redattore: Fabio Rocca
    Fabio Rocca
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 11 min

Tra geometrie, colore e improvvisazione, Chiara Zoppetti racconta una pittura nata dall'urgenza di esprimersi, dove il caos diventa bellezza e ogni opera è un viaggio nell'ignoto.


Opera astratta di Chiara Zoppetti con geometrie, linee e colori vivaci

La ricerca di Chiara Zoppetti nasce da un rapporto con l'arte vissuto non come semplice scelta espressiva, ma come una necessità profonda. Il suo linguaggio si costruisce attraverso geometrie, linee, colori e forme che prendono vita direttamente sulla tela, senza progetti o disegni preparatori.

Nelle sue opere il gesto diventa esplorazione: si parte dal caos, dall'errore e dall'ignoto per arrivare progressivamente a un nuovo equilibrio. Il colore, la geometria e la musica accompagnano questo processo, in una pittura fortemente istintiva e personale.

In questa intervista Chiara Zoppetti racconta il proprio rapporto con l'arte, le esperienze che hanno influenzato il suo percorso, il significato della geometria e del colore e quella continua ricerca di luce che attraversa tanto la sua vita quanto il suo lavoro artistico.


Opera astratta di Chiara Zoppetti con geometrie, linee e colori vivaci

Intervista a Chiara Zoppetti


Quando hai capito che l'arte sarebbe diventata il tuo modo di esprimerti? C'è stato un momento preciso oppure è stato un percorso naturale?

Sono nata cantando, correndo, disegnando, osservando la natura e amando la sua bellezza.

Da piccola cantavo e correvo come canta un fringuello. Scrivevo temi che impressionavano o commuovevano le maestre. Ero un tornado, anche emotivamente: piangevo o ridevo sempre. Ho sempre espresso tutta la mia vivacità, naturalmente, nelle forme che trovavo quando potevo.

Ero contrastata nel mio essere artistico dalla mia famiglia. La cosa più difficile era potermi esprimere. Foglio e penna erano il modo più semplice per farlo di nascosto.

I miei nonni scolpivano e/o cantavano e dipingevano per passione.

Da giovane sentivo proprio il bisogno di stare con l'arte per stare su me stessa. Togliermi la speranza di poter stare vicino a una qualsiasi forma d'arte era come uccidermi lasciandomi viva, perché mi toglieva la voglia di vivere.

Non ho mai potuto seguire un corso d'arte, neanche serale, finché ero in casa dei miei genitori, quindi dipingevo di nascosto, in fretta e saltuariamente. Dipingevo da autodidatta.

A vent'anni avevo trovato un cavalletto in garage, con dei colori, e avevo cominciato a dipingere.

Poi, a trent'anni, da sposata, dopo il lavoro, la mia vita era tutto un corso, un coro e lavori artigianali. A volte il sabato andavo a dipingere sul lago con il gruppo di pittura. Che meraviglia, bellissimi ricordi! Adoravo dipingere i riflessi del cielo sul lago e credo che essi siano il mio autoritratto. Mi sento lì, nei riflessi del cielo sul lago.

Sentivo già da giovanissima un vuoto di senso, sempre più forte, come se sprecassi la mia vita perché era stata già impostata e decisa senza ma e senza se. Io, invece, volevo darle un senso più profondo e creativo, ma anche fare esperienze per capire il mondo, capire chi ero e scegliere io la mia vita.

Da sposata, poi, ho potuto fare anche le mie scelte di vita consapevoli, quelle che mi definivano.

La frase di Cohen, "C'è una crepa in ogni cosa, ma è da lì che entra la luce", è la frase che mi sono portata dentro da vent'anni.

La frase di Cohen mi ha illuminato, mi ha aiutato a cercare un senso di luce nella mia vita che la potesse illuminare, un senso più bello: poter fare della mia vita un'opera d'arte e che mi rispecchiasse, ma mettendoci veramente più luce.

Da allora mi sono battuta per vivere e creare alternative illuminate alle difficoltà della vita.

Credo che un animo artistico non si limiti alle tele, ma esprima con la sua vita stessa la ricerca di bellezza e senso, di un senso più grande della sua vita stessa e del suo ego.

E credo che un animo artistico senta, come me, il suo legame con il creato in maniera forte e viscerale. Che abbia uno spiccato sentire, quasi telepatico.

L'artista sente il mondo ed è fortemente collegato ad esso, magari può illuminare gli altri. Magari questo è il compito dell'artista.

Le tue opere sono costruite attraverso un intreccio di linee, geometrie e colori. Come è nato questo linguaggio visivo e cosa ti permette di esprimere che altri linguaggi non riuscirebbero a raccontare?

Penso che le geometrie siano bellissime.

Osservavo un quadro con disegnata una sola geometria e lo ammiravo in tutta la sua bellezza e magnetismo. Ho sentito che portava in sé tutta la bellezza e la perfezione dell'universo.

Le geometrie sono amate dall'occhio. Infatti, se si guarda un paesaggio da lontano, si vede che l'occhio semplifica tutto il panorama in figure geometriche.

La geometria è già presente in natura: gli animali simmetrici sono i migliori per riprodurre la specie e sono scelti per tal motivo. In natura la geometria è anche sintesi, oltre che bellezza.

Quando conosci profondamente una cosa, essa ti attraversa e ti cambia, quindi la geometria è in me profondamente perché fa parte di me e la porto nei quadri.

Ricordo che anche l'arte tribale mi colpiva profondamente fin da piccola. Non posso dire che mi piacesse soltanto: mi colpiva incredibilmente, mi dava emozioni forti. Rimanevo sbigottita di fronte a tanta forza espressiva.

Prendiamo la bellezza e mettiamola sulla tela, giocandoci poi con altri elementi: un gesto che sa di magia.

Il gesto di creare imita il gesto supremo del Creatore, per questo è così straordinario e spirituale, secondo me. Poi creare è curativo: quando metti la tua angoscia sulla tela, lei rimane lì e ti abbandona.

Anche cantare e ascoltare musica classica è "spirituale", ma non so spiegarlo a parole. So solo che è stata un'esperienza straordinaria, la più elevata spiritualmente.

In conclusione posso dirti che con le forme basilari, le linee e le geometrie posso giocare più facilmente e creare. Si adattano perfettamente a creare, insomma.

Sono come i Lego che unisci e con cui crei nuove cose, per farti capire. Sono pezzi da incastrare.

Si può giocare con i colori, con le forme, con le linee. È molto divertente.

Osservando i tuoi dipinti si ha l'impressione che convivano ordine e spontaneità. Quanto spazio lasci all'improvvisazione durante il processo creativo e quanto, invece, è frutto di una costruzione studiata?

Le mie tele astratte sono completamente improvvisate.

Gesto dopo gesto, create al momento, senza progetti, né bozze, né disegni. Anzi, come dice la mia frase Instagram: "Dal caos nasce la bellezza", perché parto da un tratto e vado avanti tratto dopo tratto, in modo che a me pare caotico e senza ordine, ma invece nasce l'opera, che non è disordinata.

Dal caos e dal nulla si arriva all'ordine.

Per le basi uso i miei colori preferiti di sempre. Se, mentre dipingo, il gesto si muove senza grazia, allora riprendo il disegno e creo nuove forme. L'errore va integrato nel processo creativo, anzi, è stimolo di creatività.

"C'è una crepa in ogni cosa, ma è da lì che entra la luce", che è la mia frase-mantra, esprime resilienza nella vita. Anche nella tela ritorna la resilienza attraverso la gestione creativa dell'errore. Uguale come nella vita.

Quindi credo che la tela sia per me un'esplorazione curiosa e costante, che usa l'ignoto e l'errore come fonte creativa, come la mia vita, insomma. La tela rispecchia la mia vita.

Sempre parlando degli astratti, non ho idea di cosa vedrò a fine tela e guardarla finita è sempre un'incredibile sorpresa.

Riflettendo per risponderti ho capito che, quando dipingo, faccio un viaggio nell'ignoto e ci porto anche lo spettatore.

A volte, però, odio la tela appena finita, vorrei cancellarla, ma so che devo accantonarla e riconsiderarla con calma, perché a poco a poco la accetto.

C'è una tela che non ho mai accettato e non voglio più vedere: mi dà la nausea. Ci sono tele che amo subito e per sempre, altre che accetto con calma.

Il fatto di non avere mai tanto tempo per dipingere e sperimentare mi ha spinto a colorare in modo velocissimo e istintivo. Secondo me mi ha spinto fin da giovane verso una sorta di scrittura automatica, insomma.

Per quanto riguarda la ragione, non ho idea di quanto faccia parte del processo. A riguardo della razionalità potrei dirti che ho sempre fatto studi tecnici e corsi tecnici per l'attività di famiglia e ho lavorato per vent'anni nell'attività di famiglia, come commercialista, allenando memoria, precisione rigorosa e razionalità.

Questo modus operandi perfezionista acquisito mi è servito successivamente quando ho lavorato nel sociale, perché in ogni lavoro servono disciplina e ordine.

La parte razionale che ho sviluppato sul lavoro non so quanto possa essere sulle mie tele, perlomeno non riesco a discernerla e vederla da sola. È un tutt'uno con il resto del mio essere.

Molte delle tue composizioni sembrano invitare lo spettatore a cercare connessioni e percorsi sempre nuovi. Ti interessa che chi osserva trovi un significato preciso oppure preferisci lasciare totale libertà di interpretazione?

Ho sempre dipinto per me stessa e non per lo spettatore.

Per esprimermi!

Non ho mai considerato di lanciare un messaggio con le mie tele, ma piuttosto con il mio essere di ogni giorno o le mie scelte di vita, in chi pensa di identificarmi in una sua preconcetta idea di chi io sia.

Anche se, in effetti, tutto ciò che sono si ritrova in qualche modo sulla tela, ma solo per chi ha occhi per guardare.

Il ruolo di quella che va controcorrente e che sorprende o fa riflettere lo rivedo in me, ma nella vita più che altro.

Se nella tela appaiono inviti e percorsi e chi guarda si perde dentro e ne è incuriosito, mi fa piacere.

Non c'è alcuna intenzione altruistica, insomma, nella mia pittura.

È l'interiorità che si proietta direttamente sulla tela così com'è e la mia mano e i miei occhi si prestano a tal fine.

Forse l'io si fa da parte sulla tela per accogliere l'ignoto, come nella mia vita si fa da parte per aprirsi a una visuale più ampia e ricca di vita, appagante.

Nelle tue opere ricorrono forme geometriche che sembrano dialogare tra loro come fossero un linguaggio. Cosa rappresentano per te queste forme? Sono simboli, emozioni o semplicemente elementi compositivi?

Come ho già anticipato, le forme sulla tela, che creano sempre nuovi dialoghi, sono immagini dell'interiorità che escono tratto dopo tratto, quasi proiettate.

Prendiamo ad esempio Labirinto veneziano: è una tela iniziata e finita in tre ore. Il tempo maggiore è servito per colorare tutte le infinite caselline.

Senza idee né progetti, tratto dopo tratto è uscito così com'è. Poi questi occhi dietro a una maschera, il mare e tutti questi percorsi mi hanno suggerito il titolo.

È la tela già colorata a suggerirmi e a dirmi quello che vuole dirmi.

Per il titolo, magari prendo spunto da un particolare che si avvicina al figurativo, ma, come hai scritto, ci sono mille percorsi da esplorare e decifrare.

Sono quadri che escono di getto, equilibri che si formano sulla tela immediatamente. Per me è veramente, veramente più facile e immediato disegnarli che spiegarli o trovargli un titolo, perché mi escono già fatti senza doverci pensare.

Non faccio il minimo sforzo a dipingere. Si costruiscono pezzo per pezzo verso un ignoto che però è già dentro di me.

Potrebbe essere?!?!


Opera astratta di Chiara Zoppetti con geometrie, linee e colori vivaci

Il colore ha un ruolo fondamentale nei tuoi lavori. Come scegli una palette cromatica? È una scelta istintiva o nasce da uno stato d'animo preciso?

Tendenzialmente amo i colori vivaci perché li sento miei, mi piacciono e mi danno emozione.

Rosso, giallo e blu sono quelli che più amo perché, messi assieme, si accendono l'uno con l'altro. Sono belli e decisi.

Amo i toni freddi dei colori. La mia palette è più o meno sempre quella.

Ad istinto uso un colore piuttosto che un altro per la base e dipende dalle mie emozioni; anche quelle influiscono sull'atmosfera della tela. Fanno parte della mia interiorità.

Quando ho dipinto L'occhio del ciclone, per esempio, quel giorno ricordo che sentivo in me tutto il "caos primordiale" dell'universo. Era in me più forte che mai.

La tela, svolta senza se e senza ma, è stata l'istantanea proiezione di quel caos primordiale.

Per fortuna si è dissolto poi nella tela ed è passato.

Credo che i colori vivaci e i contrasti forti di colore e di luci e ombre siano il mezzo per esprimere la passionalità del mio spirito, ma pure la mia ricchezza interiore.

Il nero è l'ombra che permette di far risaltare la luce, dona eleganza e monumentalità alla tela.

Ci sono colori che non indosso nemmeno, che non amo proprio. Non emozionano, anzi, mi nauseano. E non scrivo quali sono per rispetto altrui.

Quanto ha inciso il tuo vissuto personale nella nascita della tua ricerca artistica? Ci sono esperienze che hanno cambiato il tuo modo di dipingere o di guardare il mondo?

In parte ho già risposto nella prima domanda, scrivendo sul mio essere artistico e insieme su quanto abbia inciso nella mia vita.

La frase di Cohen, "C'è una crepa in ogni cosa, ma è da lì che entra la luce", l'ho usata come mio mantra per crearmi uno scopo più alto, bello e creativo, per dare un senso più bello alla mia vita, altrimenti avrei dovuto arrendermi alle difficoltà.

Le difficoltà mi hanno spinto ancora di più a dare di più, a fare di più, a reinventarmi e ricrearmi senza sosta, ad aspirare alla bellezza e a un mondo migliore.

Penso che il mio animo artistico da sempre sogni, mediti, rifletta e lotti per sopravvivere al cinismo, per poter sognare ancora e credere nella bellezza, tutto sommato.

Le esperienze belle le ho create io con tanto coraggio, senza arrendermi alle difficoltà o a una vita senza senso.

Quando inizi una nuova opera, hai già in mente il risultato finale oppure lasci che il dipinto si trasformi strada facendo?

Quando comincio una nuova opera, mi affido quasi esclusivamente all'ignoto.

Ascolto musica classica, che mi trasporta e mi guida. A volte ho la sensazione che il mio io si faccia da parte per lasciare che il processo artistico sulla tela componga i suoi equilibri.

Mi pare di prestare occhi e mani per un processo di cui faccio parte come strumento.

Per esempio, con Labirinto veneziano, che sembra così costruito, invece no: come sempre ho lasciato scorrere il pennello, lasciandomi trasportare dalle forme.

Mi sono meravigliata nel guardarlo finito. L'ho scoperto e visto per la prima volta quando è stato terminato e l'ho amato sin da subito.

Quando lo guardo è come se lo avesse fatto qualcun altro. È nuovo e straniero ogni volta che lo guardo e lo adoro.

Mentre dipingo spesso sento una sensazione di smarrimento e, verso la fine, mi perdo: non so più cosa sto facendo, se mi piace o no, se è bello o è brutto, ma sento sempre quando il dipinto è finito.

Lo lascio da parte perché so che è una sensazione che poi passa.

C'è un artista, un movimento o una figura che ha influenzato maggiormente il tuo percorso, oppure hai sempre cercato di costruire un linguaggio completamente personale?

Da giovane amavo gli Impressionisti e Van Gogh e ho visitato il Musée d'Orsay.

L'uso del colore, della luce e dell'ombra che avevano era più importante del disegno. Le opere impressioniste sono luce e vita, vive e vibranti, come se fossero vive.

Adoravo il giallo di Van Gogh e la sua tavolozza di colori, il fatto che segnasse i contorni con un tratto deciso e le emozioni che dà con i suoi dipinti.

Non mi ispiro a nessuno, dipingo e basta per necessità espressiva.

Come ho detto, affronto l'ignoto sulla tela, ma pure nella vita ho usato parecchi piani B per scoprire che erano meglio degli A.

Il mio linguaggio è mio e non so spiegare perché: arriva da dentro, immediato, e non da una scelta ragionata.

Per esempio, quando guardo la luna e le stelle sento di essere parte di un creato magico e misterioso.

Credo che i miei simboli siano simboli universali. Sono consapevole, ultimamente, di amare alla follia la ruota con i suoi raggi da quando l'ho scoperta: è un simbolo che adoro. Poi il cerchio col punto è un simbolo magnetico. Lo adoro.

Anche le stelle sono simboli dinamici e potenti che amo.

Guardando al futuro, come immagini possa evolversi la tua ricerca artistica nei prossimi dieci anni? Ci sono temi, tecniche o direzioni che vorresti approfondire?

Potendo, sperimenterei tanto, a partire dalla ceramica, che sogno di poter imparare da decenni ormai. Ho fatto solo un mini corso per le tecniche base ed ero più che entusiasta, invasata?!

E desidero cantare da troppo tempo 🥲 ormai 🥲

Di recente mi sono immaginata il futuro solo una volta e non lo farò più, perché mi sembra che abbia funzionato 😂😂😂

Il mio desiderio più alto è il raggiungimento di un equilibrio economico e familiare che mi permetta di poter ancora dipingere e creare come ho fatto in questi ultimi mesi.

Questo è il mio desiderio per i prossimi anni.



 
 
 

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