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Intervista a Marika Ghirardelli | Roccart Gallery

  • Immagine del redattore: Fabio Rocca
    Fabio Rocca
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Tra materia, memoria e spiritualità, Marika Ghirardelli racconta una ricerca artistica in continua trasformazione, dove la luce, il gesto e l'introspezione diventano strumenti per dare forma a ciò che non è immediatamente visibile.


quadro materico verde di marika ghirardelli

La ricerca di Marika Ghirardelli nasce dall'incontro tra materia, pittura e introspezione. Le sue opere prendono forma attraverso un dialogo aperto tra ciò che l'artista immagina e ciò che la materia stessa suggerisce, dando vita a superfici tridimensionali nelle quali simboli, rilievi, luce e colore diventano strumenti per esplorare identità, memoria e trasformazione.

In questa intervista Marika racconta il rapporto con la materia, il ruolo della musica e della meditazione nel processo creativo e il significato che attribuisce alla luce e allo sguardo dello spettatore. Una conversazione che restituisce la visione di un'artista per la quale l'opera non è mai completamente conclusa, ma continua a vivere e trasformarsi ogni volta che incontra chi la osserva.


opera materica di Marika Ghirardelli
JHANA

INTERVISTA A MARIKA GHIRARDELLI:


Le tue opere sembrano nascere da un dialogo continuo tra pittura e materia. Come prende forma un lavoro quando inizi a creare? Parti da un'immagine precisa o lasci che sia la materia stessa a guidarti?

È proprio un dialogo, un manifestarsi. La maggior parte delle volte il mio lavoro prende forma nel mezzo, tra quello che avevo in mente e quello che la materia vuole diventare, ma ciò che mi guida è soprattutto il mio "sentire" a livello spirituale, con un denominatore comune: la musica. C'è un ritmo, una pausa, un respiro.


Nelle tue opere ricorrono simboli come volti, maschere, catene e forme essenziali. Da dove nasce questo immaginario e quale significato assume nella tua ricerca artistica?

Questo immaginario nasce dalla meditazione e dalla ricerca introspettiva, spirituale ed evolutiva. È un continuo cercarmi, riconoscermi, capire chi sono in questa vita e chi sono stata nelle vite precedenti. È uno scavare dentro me stessa, una scoperta continua, e la speranza è quella di condividere messaggi e riflessioni esistenziali positive.


La tridimensionalità è uno degli elementi più riconoscibili del tuo linguaggio. Cosa ti offre la materia che la pittura tradizionale, da sola, non riesce a esprimere?

La materia di solito mette in risalto ciò che voglio comunicare, crea quell'impatto visivo e fisico in rilievo che vuole essere portato alla luce: un'emozione che emerge strato dopo strato.

Con la pittura tradizionale puoi suggerire la profondità; con la tridimensionalità la vivi davvero.


Le tue superfici sembrano custodire il tempo, quasi fossero frammenti di memoria. Quanto conta il tema del ricordo nella costruzione delle tue opere?

Esatto, è un viaggio nel tempo, di vite passate in luoghi ed etnie diverse.

Attraversando queste memorie d'anima mi giungono visivamente luoghi, volti, sensazioni, emozioni. A volte le mie mani sembrano riprodurre qualcosa che non conosco e, nel manifestarsi, è come se lo ricordassi. In quei momenti io divento il mio lavoro.


La luce cambia continuamente la percezione dei tuoi lavori, facendo emergere dettagli diversi a seconda del punto di osservazione. È un effetto ricercato fin dall'inizio del processo creativo?

La luce è parte integrante del mio lavoro. Non lavoro solo sulla forma e sulla materia, ma anche su come la luce le attraversa e le trasforma. È un effetto che cerco fin dall'inizio: la luce è simbolo di divinità, spiritualità, di una dimensione superiore.

Mi piace che ci si possa riconoscere nei riflessi e nelle ombre che tutti abbiamo, con la possibilità di cambiare, di trasformarci, di tornare a brillare e di riuscire a guardare tutte le nostre sfaccettature dall'alto, cogliendo l'importanza della dimensione divina.

Mi piace che l'opera non sia mai uguale a se stessa, cambiando con il giorno, con chi la guarda, con lo stato d'animo e con l'angolo da cui la si osserva.


opera materica di Marika Ghirardelli
STOP THE WAR

Le tue opere lasciano spazio a molte interpretazioni e non impongono mai un significato univoco. Quanto è importante, per te, il ruolo dello spettatore nel completare il racconto dell'opera?

Il ruolo dello spettatore è sacro. L'opera non è mai completa finché non incontra uno sguardo. È in quel momento che si attiva, come un sigillo che si apre.

Ognuno arriva con le proprie ombre, le proprie ferite, le proprie luci. E l'opera fa da specchio. Il mio compito è solo quello di lasciare una porta socchiusa, uno spazio di silenzio dove ognuno possa riconoscersi e ritrovare la propria parte di racconto, la propria parte d'anima.


La tua ricerca sembra parlare di identità, relazioni e trasformazione. Sono temi che affronti in modo consapevole oppure emergono spontaneamente durante il lavoro?

È un mix tra consapevolezza, spontaneità e misticismo. I temi di identità, relazione e trasformazione mi abitano. Non parto sempre con un'idea chiusa da dimostrare, ma da un ascolto.

Lascio che emergano durante il lavoro, dalle mani, dalla materia. Spesso mi accorgo di cosa stavo cercando solo quando l'opera è finita: mi viene rivelato cosa mi stava attraversando.


Viviamo in un'epoca in cui tutto viene consumato molto rapidamente. Le tue opere, invece, richiedono tempo e osservazione. Pensi che l'arte abbia ancora il compito di rallentare lo sguardo?

Sì. Oggi più che mai.

Viviamo nell'era del consumo veloce: tutto scorre, tutto svanisce. Le mie opere chiedono l'opposto. Chiedono rito.

Chiedono di fermarsi, di fare silenzio, di entrare in ascolto. Non si rivelano subito, si mostrano a strati, con la luce, con il tempo. Non vogliono essere consumate, ma vogliono essere abitate.

Per me l'arte è un luogo dove il tempo si dilata e lo sguardo può tornare a respirare. Fermarsi davanti a un'opera oggi è un atto sacro. È tornare a prendersi cura di sé.


Guardando il tuo percorso artistico, quali sono state le esperienze, gli artisti o gli incontri che hanno contribuito maggiormente alla formazione del tuo linguaggio?

Il mio linguaggio artistico è nato nella vita. Non saprei darti nomi, direi piuttosto presenze.

Presenze che mi hanno attraversata: incontri, cadute, guarigioni, introspezione, meditazione. Ogni viaggio, ogni momento d'ascolto ha lasciato un segno e quel segno è diventato un gesto, è diventato materia.

Non ho imparato a fare arte, ho imparato a togliere tutto ciò che non era me. Il linguaggio è nato lì, nel momento in cui ho smesso di cercare fuori e ho iniziato a seguire ciò che mi chiamava dentro.


Guardando al futuro, dove immagini possa portarti la tua ricerca artistica nei prossimi dieci anni? Ci sono nuovi linguaggi, materiali o temi che desideri esplorare?

Nei prossimi dieci anni mi vedo ancora in cammino. Non ho un punto d'arrivo, ho una direzione: andare sempre più in profondità.

Mi interessano nuovi linguaggi, sì, ma non per rincorrere il nuovo, bensì per trovare altri modi espressivi ed evolutivi di crescita.

Vorrei sperimentare materiali che hanno memoria. E i temi... i temi mi sceglieranno loro, restando in ascolto.

So solo che voglio creare spazi. Spazi-soglia dove le persone possano fermarsi, respirare, riconoscersi e trovare la propria luce.

Se tra dieci anni un'opera mia sarà stata per qualcuno un punto d'ascolto, allora avrò compiuto il mio rito.


 
 
 

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