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Intervista a Lu D’Aleo | Roccart Gallery

Immagine del redattore: Fabio Rocca
Fabio Rocca
9 ore fa
Tempo di lettura: 10 min

Tra natura, materia e trasformazione, Lu D’Aleo racconta il ritorno alla pittura e una ricerca che nasce dal rapporto con il mondo, dalla memoria e dal bisogno di interrogarsi su ciò che ci circonda.


QUADRO ASTRATTO DI LU'ALEO

La pittura di Lu D’Aleo nasce da un ritorno. Dopo un lungo percorso professionale nel campo della comunicazione internazionale, anche all’interno delle Nazioni Unite, l’artista ha ritrovato nella pittura uno spazio che le apparteneva da sempre: un luogo di libertà, completezza e ricerca.

La sua ricerca si sviluppa attraverso materia, stratificazioni, incisioni e trasparenze, lasciando convivere intenzione e imprevedibilità. Al centro del suo lavoro ci sono la natura, il Cosmo, la trasformazione e il rapporto tra l’essere umano e ciò che lo circonda. La materia diventa così un territorio da attraversare, dove ciò che scompare può lasciare una traccia e ciò che cambia può assumere una nuova forma.

In questa intervista Lu D’Aleo racconta il rapporto tra il proprio passato e la pittura, il legame profondo con la natura e il dolore davanti alla sua distruzione. Parla di materia, trasformazione, bellezza e del desiderio di creare opere capaci non tanto di dare risposte, quanto di fermare lo sguardo e aprire uno spazio di riflessione.


QUADRO ASTRATTO DI LU'ALEO, CON MOTIVO AD ALVEARE ORO E ARANCIONE

INTERVISTA A LU D'ALEO:


La pittura è arrivata nella tua vita dopo un lungo percorso professionale nel campo della comunicazione internazionale. Ricordi quando hai capito che dipingere non era più soltanto un’esperienza personale, ma qualcosa che sarebbe diventato una parte fondamentale della tua vita?

In verità, dipingere è stato un ritornare a ciò che sapevo di essere sin da bambina.

Io volevo seguire quel dono e ho lottato moltissimo per farlo, ma da piccoli la storia della nostra vita si forma anche senza che la nostra volontà sia sufficiente a determinarla. Non posso dare la colpa alla mia famiglia in modo così drastico, perché la vita è molto più complessa delle responsabilità che riusciamo ad attribuire. Resta però il fatto che il mio percorso professionale ha seguito un itinerario completamente diverso da quello che, nel profondo, avrei desiderato.

Ho lavorato a lungo in un contesto internazionale “prestigioso”, un’esperienza che mi ha dato molto e che non rinnego, anzi, mi ha insegnato dinamiche che non a tutti è dato conoscere. Eppure, dentro di me, è rimasto per anni un senso indefinito di malinconia e dispersione, come se una parte essenziale di me fosse rimasta in attesa.

Quando ho ricominciato a dipingere seriamente, ho avuto la sensazione di ritrovare quella me stessa che avevo dimenticato. Non è stato semplicemente l’inizio di una nuova attività, ma il recupero di una dimensione che mi apparteneva da sempre.

La pittura mi ha fatto comprendere, forse per la prima volta con tale intensità, che cosa significhi vivere in una condizione di completezza e di gioia.


Hai lavorato per molti anni in un contesto internazionale, confrontandoti con persone, culture e realtà molto diverse. Quanto il tuo vissuto e il tuo passato hanno influenzato il modo in cui oggi guardi il mondo e, di conseguenza, la tua ricerca artistica?

Direi che il contesto internazionale ha indubbiamente arricchito enormemente la mia percezione del genere umano. Il contatto non superficiale, e spesso intimo, con uomini e donne di culture, usanze, abitudini e costumi svariati è diventato parte del mio bagaglio personale. Anche gli aspetti più semplici della quotidianità, come il cibo, i gesti, le usanze, il modo di relazionarsi, sono diventati parte del mio bagaglio umano.

Il lavoro in un contesto professionale e politico così articolato come le Nazioni Unite mi ha permesso di osservare da vicino le dinamiche sociali e politiche degli esseri umani e… tutto questo ha inevitabilmente ampliato la conoscenza dei miei simili, ma ha anche reso più complessa la mia idea su chi siamo davvero.

E qui emerge una contraddizione che mi appartiene: conoscere più da vicino il genere umano non ha necessariamente accresciuto la mia fiducia in esso. In molti casi, anzi, ha alimentato il mio sgomento.

L’essere umano è capace di intelligenza, sensibilità, bellezza e gesti straordinari. Ma è anche capace di una distruttività che continua a lasciarmi incredula. Possiamo creare opere sublimi, elaborare pensieri profondissimi e, nello stesso tempo, devastare ciò che ci permette di esistere.

Questa complessità, questa distanza tra ciò che potremmo essere e ciò che spesso scegliamo di essere, costituisce una delle domande più persistenti della mia ricerca.

Se tutto questo si vede nelle mie opere? Probabilmente sì, anche se non è qualcosa che decido a priori. La pittura è il luogo in cui queste domande, queste inquietudini e queste contraddizioni possono trovare una forma.


Nelle tue opere la natura occupa uno spazio centrale: il mare, il sale, il miele, i sistemi stellari e le forze della terra. Che cosa cerchi nella natura e perché senti il bisogno di riportarla all’interno della tua pittura?

Torno esattamente alla fine della mia risposta precedente, e ci torno con una posizione secca, forse apparentemente pessimista: la conoscenza profonda del genere umano mi spinge a prediligere la Natura, il Cosmo, la possibilità che esista un “oltre” molto più vasto di ciò che la nostra vista miope riesce a cogliere.

Nella Natura percepisco qualcosa che precede e supera la nostra presenza. Vedere la Terra costantemente ferita e straziata mi provoca un dolore pari a quello di un lutto personale. Non è un dolore astratto o soltanto ambientale: lo sento come qualcosa che mi riguarda direttamente, come una ferita inferta a una realtà di cui faccio parte.

E forse è proprio per questo che sento il bisogno di riportare la Natura nella pittura. Per cercare di avvicinarmi a essa, per comprenderla, per restituirle almeno uno spazio di attenzione.


La tua pittura è fatta di stratificazioni, segni, incisioni e materiali diversi. Quanto conta per te il processo di costruzione dell’opera e quanto, invece, lasci spazio all’imprevisto?

Moltissimo. L’imprevisto è una componente fondamentale del mio lavoro. Ho un rapporto conflittuale con la materia. Stratificare e incidere materiali diversi è per me un modo di stabilire un dialogo, un tentativo continuo di riappacificazione con l’elemento fisico.

Molte volte un’opera inizia con un’idea precisa, ma durante il processo la materia impone la propria volontà: dell’intento iniziale resta solo il germe, cedendo il passo a un percorso inaspettato che può spingermi fino alla distruzione della superficie pur di ricostruire una nuova verità.

Quando comincio un’opera, posso avere un’idea, un’immagine, una sensazione o una direzione precisa. Ma raramente il risultato coincide con il progetto iniziale. La materia interviene, reagisce, si trasforma. Un colore ne modifica un altro, una superficie si rompe, una stratificazione nasconde ciò che avevo appena costruito.

A volte un’opera conserva soltanto l’intenzione originaria, mentre tutto il resto nasce durante il processo. La pittura, per me, è quindi un dialogo continuo tra volontà e imprevedibilità.


Nella tua ricerca ritorna spesso l’idea della trasformazione: ciò che cambia, ciò che sembra perdersi e ciò che continua a esistere sotto una nuova forma. È un tema che senti particolarmente vicino anche alla tua esperienza personale?

Decisamente.

La trasformazione di tutto ciò che esiste, compresi noi stessi, mi affascina profondamente. La viviamo costantemente, in ogni istante, anche quando non ne siamo consapevoli.

Nulla rimane veramente immobile. La materia cambia, i corpi cambiano, le relazioni cambiano, le nostre convinzioni cambiano. Persino ciò che crediamo di conoscere può assumere, nel tempo, un significato completamente diverso.

Questa continua trasformazione mi lascia in uno stato di meraviglia, ma anche, a volte, di smarrimento.

Perché trasformarsi non significa necessariamente migliorare. La trasformazione può generare qualcosa di sublime, ma può anche portare alla perdita, al deterioramento, alla distruzione. Può creare nuove possibilità, ma anche sottrarci ciò che amiamo senza che possiamo impedirlo.

Ed è proprio qui che emergono la paura, il rimpianto e l’impotenza.

La mia esperienza personale mi ha insegnato che non tutto ciò che perdiamo scompare completamente. A volte qualcosa continua a esistere sotto una forma diversa: un ricordo, una traccia, una consapevolezza, un gesto, un’opera.

Ma non sempre è possibile trovare un senso consolatorio in ciò che accade. Alcune trasformazioni sono dolorose e basta. Non credo sia necessario addolcirle per poterle accettare.

Per questo la trasformazione è per me un’esperienza personale, ma anche universale. Ci ricorda che siamo entità fluide, in continua evoluzione, e che il mondo stesso è una realtà instabile, attraversata da forze che non possiamo controllare.


QUADRO ASTRATTO DI LU'ALEO

Alcune delle tue opere affrontano anche aspetti complessi della nostra contemporaneità, come l’inquinamento, la rabbia e la fragilità della condizione umana. Pensi che l’arte debba anche interrogarsi su ciò che accade nel mondo?

Certo. Credo che ogni forma artistica, anche quando non nasce con un intento dichiaratamente sociale o politico, finisca per essere attraversata dal mondo in cui viene creata.

L’arte non è necessariamente un manifesto, né deve sempre fornire risposte. Ma può interrogare, mettere a disagio, rendere visibile ciò che preferiremmo non vedere.

Tutto ciò che creiamo porta con sé qualcosa di noi: una visione, una sensibilità, una ferita, una domanda. A volte un messaggio è consapevole; altre volte è semplicemente lo specchio di ciò che ci fa più male.

Nel mio caso, provo un dolore indicibile nel vedere come l’essere umano abbia ridotto la Creazione. Mi colpisce profondamente la distruzione degli oceani, l’inquinamento, la perdita di biodiversità, la violenza con cui trattiamo la Terra.

E non riesco a comprendere come una parte così ampia dell’umanità possa assistere a tutto questo senza provare una sofferenza proporzionata alla gravità di ciò che sta accadendo.

Forse ci siamo talmente abituati alla distruzione da averla resa una normalità. Oppure abbiamo imparato a separare il nostro benessere dalle conseguenze delle nostre azioni. Ma questa separazione, per me, è soltanto un’illusione.

Nel mio piccolo, ho cercato di trasformare questa inquietudine in opere.

La serie SEA POLLUTION nasce proprio da questa necessità. In Sea Pollution 1 ho utilizzato microparticelle per evocare la presenza dell’inquinamento e la contaminazione dell’ambiente marino. Non volevo realizzare una semplice rappresentazione del mare malato, ma costruire una superficie che rendesse percepibile la presenza di qualcosa di estraneo, invasivo, quasi impossibile da eliminare.

Il mare, che nell’immaginario collettivo è spesso associato alla libertà, alla bellezza e alla purezza, diventa così anche il luogo in cui si manifesta la nostra responsabilità.

Sto cercando di dare a queste opere una direzione che vada oltre la loro presenza in galleria: mi piacerebbe poterle donare o utilizzare all’interno di progetti con organizzazioni impegnate nella tutela degli oceani e dell’ambiente.

Credo che anche un gesto piccolo possa contribuire a un cambiamento. Non penso che un’opera possa risolvere un problema così enorme, ma può forse suscitare una domanda, creare una connessione, spingere qualcuno a guardare diversamente ciò che prima ignorava.

E, in questo senso, può avere una funzione concreta.


Nella tua pittura, anche di fronte a temi difficili, sembra esserci sempre la ricerca di una possibilità, di qualcosa che resiste e continua a generare vita. Che significato ha per te la bellezza?

Sento fortemente di essere parte di una bellezza immensa.

Da bambina passavo ore a guardare il cielo stellato, desiderando quasi di dissolvermi in esso. Per me la bellezza non è un decoro superficiale o una consolazione estetica, ma una forza ancestrale, l’unica in grado di contrapporsi alla deriva umana.

Oggi vivo in un costante, travagliato bilanciamento: da una parte la speranza ostinata che il mondo possa ritrovare una via di salvezza e che l’uomo venga scosso dalla consapevolezza di ciò che sta distruggendo; dall’altra la cruda realtà di ciò che vedo quotidianamente, che è sempre più doloroso e deprimente.

La bellezza, dunque, per me è quell’ultimo baluardo di resistenza: una presenza solenne che ci ricorda ciò che avremmo potuto essere e che ancora, ostinatamente, sopravvive nelle pieghe della materia e del Cosmo.


Hai parlato del principio dell’Uno e del Tutto, dell’idea che ogni elemento sia parte di una trama più grande. Come si traduce concretamente questa visione nel momento in cui inizi una nuova opera?

Non so se riesco veramente a esprimere il concetto di connessione di tutto ciò che esiste nelle mie opere. E, soprattutto, non è qualcosa che decido sempre consapevolmente.

È una visione che mi appartiene e che, in qualche modo, precede il gesto pittorico.

Quando inizio un’opera, non penso necessariamente: «Adesso rappresenterò l’Uno e il Tutto». Non lavoro attraverso un programma teorico così definito. Piuttosto, tendo spontaneamente a evitare ciò che percepisco come separazione assoluta.

Non amo gli orizzonti troppo piatti, i confini netti, le superfici che sembrano delimitare in modo definitivo una cosa dall’altra. Mi interessa ciò che accade nelle zone di passaggio: dove una forma si dissolve, dove un colore invade un altro, dove una materia lascia intravedere ciò che si trova sotto di essa.

Le stratificazioni, le incisioni, le trasparenze e le sovrapposizioni mi permettono di costruire superfici in cui nulla è completamente isolato.

Un elemento può nasconderne un altro, ma anche conservarne la traccia. Una forma può sembrare scomparsa e, tuttavia, continuare a esistere sotto la superficie.

È un modo di lavorare che riflette la mia convinzione di pensare la realtà come una rete di relazioni, nella quale ogni cosa è parte di qualcosa di più grande.

La materia stessa mi suggerisce questo principio. Un pigmento non esiste soltanto per ciò che è: cambia in rapporto agli altri pigmenti, alla luce, alla superficie, allo spessore, a ciò che lo circonda.

Il principio dell’Uno e del Tutto, quindi, non è per me una formula da illustrare, ma una condizione da ricercare. È il tentativo di costruire opere in cui le separazioni non siano mai completamente definitive e in cui ciò che osserviamo possa suggerire qualcosa che va oltre la superficie.


Se dovessi descrivere con poche parole ciò che vorresti lasciare a chi osserva una tua opera, quale esperienza o emozione speri che possa portare con sé?

Vorrei che fosse un’emozione improvvisa. Una sensazione che spinga chi guarda a fermarsi, a restare davanti all’opera più a lungo di quanto avesse previsto.

Mi piacerebbe che nascesse il desiderio di continuare a guardarla, per lasciarsi attraversare da ciò che suscita, e che fosse “consolatoria”.

Vorrei che potesse diventare un piccolo angolo di meditazione, una sospensione temporale in cui prendersi il tempo necessario per far espandere l’anima; uno spazio intimo dove poter finalmente respirare dopo aver trattenuto a lungo il respiro, una scintilla di luce quando sembra che il buio ci stia inghiottendo.

La certezza che, tornando a casa, un’opera d’arte possa offrire lo stesso sollievo solenne che ci donano la musica, la bellezza originaria o l’amore per i nostri figli... illuminando, almeno per un momento, la penombra del nostro mondo.


Per concludere, guardando al futuro: come ti immagini, artisticamente e personalmente, tra dieci anni?

Questa domanda conclusiva è per me la più difficile. Ho smesso da tempo di interrogarmi sul futuro: lo trovo una dimensione inconsistente, aleatoria, del tutto imprevedibile e, talvolta... tragicamente prevedibile.

Abbiamo la tendenza a costruire progetti, aspettative e immagini di ciò che vorremmo diventare. Poi la vita interviene, spesso in modi che non avevamo previsto, e ci costringe a rivedere tutto, quando e se troviamo la forza di rialzarci…

Non so dove sarò tra dieci anni, né quali forme avrà la mia ricerca artistica. Non so quali opere avrò realizzato, quali persone avrò incontrato o quali eventi avranno modificato il mio percorso.

Non ho una visione rassicurante del futuro. Guardo il mondo con molte preoccupazioni e non credo che il progresso, da solo, garantisca una maggiore consapevolezza o una maggiore umanità.

Ma continuo a lavorare.

Forse perché dipingere è il mio modo di non arrendermi completamente a ciò che vedo e perché come ho detto prima, è la mia vibrazione di gioia.


 
 
 

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