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Intervista a Mattia Perru | Roccart Gallery

  • Immagine del redattore: Fabio Rocca
    Fabio Rocca
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Memoria, paesaggio e percezione nella ricerca pittorica di Mattia Perru


quadro di Mattia Perru
RADICI

Mattia Perru è uno degli artisti presentati da Roccart Gallery nel progetto espositivo Visioni dall’Oltre, mostra che ha introdotto il pubblico alla sua ricerca pittorica sospesa tra memoria, percezione e dimensione interiore.


Le sue opere costruiscono paesaggi rarefatti e immagini in continua trasformazione, dove la luce, il silenzio e l’ambiguità diventano strumenti attraverso cui esplorare emozioni, ricordi e stati percettivi. La pittura non descrive mai completamente uno spazio, ma suggerisce atmosfere e visioni che sembrano emergere lentamente dalla superficie.


Autodidatta e fortemente legato alla sperimentazione, Perru sviluppa un linguaggio personale in cui il paesaggio si trasforma spesso in esperienza mentale ed emotiva, lasciando spazio all’immaginazione e all’interpretazione dello spettatore.

In questa intervista abbiamo approfondito alcuni aspetti della sua ricerca artistica, del suo processo creativo e del rapporto tra percezione, memoria e immagine.


quadro di Mattia Perru
SPETTRI

Intervista a Mattia Perru:


Nei tuoi lavori il paesaggio sembra emergere lentamente, quasi come una visione incompleta. Come nasce un’immagine nel tuo processo creativo?

Dipende dalla tecnica. Nel caso degli acquerelli monocromatici, come quelli presentati in mostra, l’immagine spesso si rivela spontaneamente in una fase iniziale, per poi adattarsi gradualmente alla mia visione dell’opera. Nei lavori a colori, principalmente acrilici su tela o carta, parto invece da una costruzione più definita, anche se durante il processo può cambiare direzione. C’è sempre un’interazione tra l’intenzione iniziale e quello che l’opera stessa suggerisce mentre evolve.


Sei partito come autodidatta e nel tempo hai costruito uno stile molto riconoscibile e personale. Come sei arrivato a un linguaggio che oggi senti davvero tuo?

Mi sento ancora alla ricerca di un linguaggio che mi appartenga completamente. Nel tempo ho attraversato fasi diverse, acquisendo nuovi linguaggi e abbandonandone altri. Penso di seguire un percorso di avvicinamento sempre più preciso verso qualcosa che mi definisca davvero, ma continuo a essere molto attratto dalla sperimentazione.


La luce nei tuoi lavori non illumina mai completamente la scena, ma sembra suggerire più che rivelare. Che ruolo ha per te?

La luce segue sempre dei percorsi oppure emerge da spazi e fessure. A volte è lontana, altre volte è appena diffusa. Mi interessa perché rimanda a ricordi o sogni che, per loro natura, non sono mai del tutto afferrabili.


Guardando le tue opere si ha la sensazione di entrare in uno spazio mentale oltre che fisico. Quanto conta l’aspetto interiore nella tua ricerca?

Moltissimo. Le mie opere ricadono spesso nel figurativo, ma l’intenzione è sempre quella di utilizzare figure e ambientazioni come vettori di atmosfere interiori.


In lavori come Radici II, Transito e Risveglio notturno il paesaggio sembra trasformarsi continuamente. Ti interessa raccontare un luogo reale o uno stato percettivo?

Sono ricordi, veri o forse falsi, oppure ricordi di sogni. Nel momento in cui riaffiorano e passano attraverso il filtro della razionalità si trasformano, diventando più inafferrabili. Rimane soprattutto la percezione di qualcosa che è stato.


Il tuo lavoro invita lo spettatore a rallentare e osservare con attenzione. Pensi che oggi l’arte abbia anche il compito di opporsi alla velocità dello sguardo contemporaneo?

Assolutamente sì. Credo che l’arte possa essere un antidoto alla continua ricerca della performance e della velocità a cui siamo sempre più abituati.


quadro di Mattia Perru
RISVEGLIO NOTTURNO

Nelle tue opere c’è sempre qualcosa che sfugge alla definizione. Quanto è importante lasciare spazio all’ambiguità e all’immaginazione?

Per me è fondamentale.


Le atmosfere dei tuoi lavori evocano spesso silenzio, distanza e memoria. Guardando al tuo percorso, dove immagini possa portarti la tua ricerca artistica nei prossimi dieci anni?

Spero verso una sintesi sempre maggiore e verso una densità emotiva ancora più forte.


All’interno di Visioni dall’Oltre, il tuo lavoro sembra dialogare con il tema dell’invisibile e della percezione. Come hai vissuto questo confronto con la mostra?

Penso che siano tematiche che caratterizzano profondamente il mio lavoro, quindi direi molto bene.


Quando osservi un’opera conclusa, cosa ti fa capire che quell’immagine ha raggiunto il punto giusto di equilibrio?

Finché l’occhio cade su un dettaglio che non dovrebbe attirare l’attenzione, significa che c’è ancora qualcosa da sistemare.




 
 
 

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