Intervista a Silvia Dal Pane | Roccart Gallery

Tra segni, ripetizione e ricerca interiore, Silvia Dal Pane racconta un percorso artistico nato dal bisogno di trovare ordine nel caos e oggi aperto a nuove forme, colori e possibilità espressive.

Per Silvia Dal Pane il disegno è molto più di una pratica artistica: è uno spazio di concentrazione, equilibrio e libertà, un luogo in cui il segno ripetuto può trasformare il caos in ordine e le emozioni in qualcosa di concreto. Il suo primo percorso, costruito attraverso fitte trame e forme concentriche, nasce da una naturale attrazione per la complessità e dalla capacità del gesto ripetuto di condurla in uno stato di profonda concentrazione. Un linguaggio che negli anni è diventato riconoscibile e personale, ma che oggi l’artista sente il bisogno di superare, aprendosi al figurativo, all’astrazione e alla sperimentazione di nuovi materiali.
Nell’intervista Silvia racconta il rapporto intimo con il disegno, il ruolo delle esperienze personali nella sua ricerca e il desiderio di trasformare la propria arte in un lavoro a tempo pieno. Parla di creatività, determinazione, sogni e salute mentale, mostrando come anche le difficoltà possano diventare materia da trasformare attraverso il gesto artistico. Il passaggio verso un nuovo capitolo della sua ricerca non rappresenta una rottura con ciò che è stato, ma una naturale evoluzione: la volontà di continuare a esplorare senza sentirsi mai arrivata, mantenendo come costante quella necessità di esprimersi che accompagna il suo percorso fin dall’inizio.

INTERVISTA A SILVIA DEL PANE:
Le tue opere sono caratterizzate da una fitta trama di segni e forme concentriche. Come nasce questo linguaggio visivo?
Credo che questo linguaggio nasca molto dal modo particolare in cui funziona il mio cervello.
Sono sempre stata attratta dalle cose intricate, ripetitive e anche un po’ “difficili”: per esempio, amo fare puzzle da migliaia di pezzi e, anche nel lavoro, mi sono spesso trovata a mio agio in attività molto ripetitive, che magari per altre persone possono risultare noiose.
Le trame fitte e ripetute che creo mi danno una sensazione di ordine e, in qualche modo, di sollievo. Quando disegno entro in una sorta di flow: mi concentro completamente sul segno, mi perdo nelle trame e tutto il resto sembra quasi scomparire. È una condizione che per me è molto naturale e che trovo estremamente appagante.
Le forme concentriche fanno parte soprattutto del primo capitolo del mio percorso artistico. Oggi sento il bisogno di allontanarmi gradualmente da quella ricerca e di esplorare nuove direzioni, avvicinandomi anche al figurativo e a forme più astratte.
Il disegno sembra avere per te una dimensione quasi meditativa. Che ruolo occupa nella tua vita quotidiana?
Per me il disegno ha sicuramente una dimensione meditativa. Anche attraverso la mia esperienza con la salute mentale, ho scoperto quanto possa aiutarmi a rallentare e a prendere le distanze, almeno per un momento, dalla frenesia e dall’ansia della vita quotidiana. Quando disegno entro in una dimensione diversa, più lenta e calma, dove riesco finalmente a concentrarmi su me stessa e ad avere uno spazio tutto mio.
Mi piace pensare al disegno come a una coperta calda: è una presenza che mi accompagna sempre. Negli ultimi anni ho vissuto tanti momenti di solitudine e, soprattutto in quei periodi, il disegno è stato una costante, qualcosa che c’era sempre, anche quando intorno a me non c’era nessun altro.
È anche l’unica cosa, a livello lavorativo, che amo davvero alla follia. Potrei passare una giornata intera a disegnare senza sentire il bisogno di fare altro. Per questo il mio obiettivo è riuscire a trasformarlo sempre di più in una parte fondamentale della mia quotidianità, fino a farne il mio lavoro a tempo pieno.
Da dove trai ispirazione quando inizi una nuova opera?
Nel mio primo capitolo, quello legato alle forme concentriche, in realtà non prendevo spunto da qualcosa di preciso. Era un processo molto istintivo: sceglievo diversi tipi di penne, colori e combinazioni e, in qualche modo, vedevo che insieme funzionavano. Era una ricerca molto libera, senza riferimenti esterni.
Nel mio secondo capitolo, invece, sento di essere molto più influenzata da ciò che mi circonda. Mi piace andare a mostre, festival d’arte, visitare città artistiche, ma anche entrare in negozi di qualsiasi tipo. Non ho una fonte d’ispirazione precisa: può essere davvero qualsiasi cosa, anche la più assurda o apparentemente insignificante, a farmi scattare una lampadina.
Anche i sogni hanno un ruolo importante. A volte mi capita di avere un’idea mentre dormo, di svegliarmi e sentire il bisogno di appuntarmi subito il disegno che vorrei realizzare, prima di dimenticarlo.
Credo che, in generale, io abbia lo sguardo sempre un po’ acceso verso ciò che mi circonda. Anche il dettaglio più piccolo può catturare la mia attenzione e trasformarsi in uno spunto.
Nelle tue composizioni convivono ordine geometrico e spontaneità del gesto. Come si sviluppa il processo creativo?
A dirla tutta, il mio processo creativo nasce nel modo più spontaneo possibile. Ogni segno che faccio è istintivo: lascio andare la mano e permetto che sia lei a disegnare, senza sapere esattamente dove mi porterà.
Non preparo prima uno schema dei segni da eseguire e non seguo un progetto prestabilito. Vado puramente a sentimento, lasciandomi guidare da quello che sento nel momento in cui lavoro. Credo che sia proprio questa spontaneità una delle mie forze: l’ordine geometrico che si vede nell’opera nasce da un gesto che, in realtà, è completamente libero e istintivo.

Il segno ripetuto è uno degli elementi centrali della tua ricerca artistica. Che significato ha per te questa ripetizione?
Il segno ripetuto è un elemento centrale della mia ricerca, perché ho sempre avuto una forte attrazione per la ripetizione. Nei lavori ripetuti trovo una sorta di perfezione, una sensazione di calma e di ordine. La ripetizione mi permette di dare una struttura al caos e di trovare un senso nell’insieme.
Nel tempo è diventata anche una sorta di tratto distintivo del mio lavoro. Mi piace però mantenere una certa coerenza all’interno dell’opera: se, per esempio, lavoro all’interno di un cerchio o di un’altra forma, preferisco utilizzare un solo tipo di ripetizione alla volta. Ho bisogno che il segno mantenga il suo ritmo e la sua regola, altrimenti rischio di impazzire anch’io!
Quanto le emozioni e le esperienze personali influenzano il tuo lavoro?
Tantissimo, sicuramente. Credo che le emozioni e le esperienze personali siano una parte molto importante del mio lavoro. Si dice spesso che le emozioni più negative riescano a tirare fuori qualcosa di particolarmente forte dagli artisti e, nel mio caso, è sicuramente così. Quando sono arrabbiata, triste o attraverso momenti difficili legati alla mia salute mentale, il disegno diventa una sorta di salvezza. È il modo che ho trovato per trasformare quello che sento in qualcosa di concreto.
Anche le esperienze che ho vissuto hanno avuto un’influenza importante sul mio modo di lavorare. Fin da piccola, all’asilo, mi è stato sempre detto dalle maestre che non ero abbastanza brava, soprattutto nel disegno. Credo che quella sensazione di non sentirmi “mai abbastanza” abbia contribuito a costruire il mio carattere molto determinato e combattivo.
Quando ho un obiettivo o un sogno, faccio davvero fatica a lasciarlo andare e, paradossalmente, mi piace molto quando qualcuno mi sottovaluta: invece di scoraggiarmi, mi dà ancora più voglia di dimostrare il contrario.
Penso che anche la complessità delle mie opere nasca in parte da questo. C’è quasi un senso di rivalsa nel modo in cui lavoro, come se attraverso ogni disegno dicessi: “Tu che mi hai sottovalutata, saresti capace di fare questo?”
I colori delle tue opere cambiano spesso atmosfera e intensità. Come scegli la palette cromatica di un nuovo progetto?
Nel primo capitolo del mio percorso artistico, quello dedicato esclusivamente ai cerchi concentrici, la scelta delle palette cromatiche era molto più istintiva. Spesso sceglievo i colori quasi a caso, li mettevo insieme e speravo che il risultato funzionasse. Era un approccio molto spontaneo, basato soprattutto sull’intuito.
Adesso, invece, con il secondo capitolo, quello figurativo, c’è sicuramente molto più studio. Prima di iniziare un nuovo lavoro, preparo un foglio che diventa una sorta di tavolozza personale: in base al soggetto e al disegno che devo realizzare, provo diverse combinazioni di colori e materiali, li accosto e costruisco una palette specifica per quell’opera.
Quindi direi che oggi la scelta dei colori è diventata molto più consapevole. Se prima andavo decisamente più a caso, adesso c’è una ricerca precisa dietro ogni combinazione cromatica, anche se cerco comunque di non perdere quella componente istintiva che fa parte del mio modo di lavorare.
Cosa vorresti trasmettere a chi osserva i tuoi lavori per la prima volta?
Vorrei trasmettere, come ho già detto, una sorta di opulenza, di eccesso e di ricchezza nei dettagli. Credo che questo sia legato anche a quello che ho vissuto da piccola: per gli altri non ero mai abbastanza brava o capace. Forse è anche per questo che oggi sento il bisogno di strafare, di portare ogni cosa al massimo. Le mie opere devono rappresentare il massimo dello splendore, perché attraverso di esse voglio esprimere sia la mia creatività e la mia bravura, sia quella parte di me più folle e ossessiva.
Vorrei anche mostrare cosa può significare avere una mente affetta da disturbo ossessivo e come un cervello che funziona in questo modo possa trasformare pensieri e ossessioni in qualcosa di concreto e visibile.
Allo stesso tempo, però, non vorrei dare un significato unico alle mie opere. Mi piace l’idea che ogni persona possa trovarci la propria interpretazione: per qualcuno potranno essere meditative, per qualcun altro potranno trasmettere eccesso, follia, ordine o caos.
In che modo la tua ricerca artistica è cambiata nel corso degli anni?
La mia ricerca artistica è cambiata tantissimo nel corso degli anni, soprattutto nell’ultimo periodo. Ho iniziato a esplorare questa strada nel 2014 e, all’inizio, avevo quasi un rapporto di timore con il foglio bianco: non lo riempivo completamente e cercavo ancora di capire quale fosse la mia direzione.
A un certo punto, però, è arrivata quella che chiamo scherzosamente la “paura del bianco” e, per diversi anni, mi sono concentrata esclusivamente sulla forma concentrica. Ho sperimentato in modo quasi ossessivo migliaia di palette e combinazioni diverse, cercando di capire fino a dove potessi spingere quella forma e quel linguaggio.
Poi, all’inizio del 2026, è arrivato un vero punto di rottura: ho iniziato ad avvicinarmi al figurativo e da lì si è aperto un mondo completamente nuovo. Oggi sento il bisogno di continuare a esplorare nuove figure, nuovi materiali e nuove possibilità, perché per me l’evoluzione è fondamentale. Voglio migliorarmi continuamente e non sentirmi mai arrivata.
Mi interessa anche riuscire a creare stili diversi tra loro, senza però perdere quello che ormai considero il mio tratto distintivo.
Quali sono i progetti e le direzioni che immagini per il futuro della tua arte?
Se devo essere sincera, il mio obiettivo per il futuro è iniziare finalmente a inseguire quello che ho sempre voluto fare fin da piccola: trasformare l’arte nel mio lavoro a tempo pieno.
Vorrei approfondire il mio stile a 360 gradi, esplorando possibilità sempre nuove. Da una parte mi piacerebbe realizzare opere su commissione, unendo la mia ricerca artistica alla mia formazione come designer del prodotto: mi interessa molto l’idea di lavorare a stretto contatto con il cliente, partendo da una fase di progettazione e arrivando alla realizzazione di un’opera completamente personalizzata in base al posto da arredare.
Dall’altra, mi piacerebbe portare il mio linguaggio anche nel mondo della moda. A inizio maggio, per esempio, ero a Firenze e ho visitato una mostra dedicata a Gucci. C’era un abito con una composizione di fiori appartenente a una nuova collezione che mi ha acceso tantissime idee. Mi ha fatto pensare a quanto potrebbe essere interessante trasferire il mio stile su abiti, tessuti e altri elementi legati alla moda.
Il sogno più grande, però, è riuscire a farmi conoscere nel mondo attraverso la mia arte e il mio stile, cercando soprattutto di integrare sempre di più anche il tema della salute mentale, che per me è una componente importante della mia ricerca e del messaggio che vorrei trasmettere.
So che è un progetto molto ambizioso, ma non mi spaventa. Anzi, sono molto determinata. Credo che sia sempre meglio provare a realizzare qualcosa di grande e, eventualmente, fallire, piuttosto che non provarci mai e accontentarsi di quello che si ha, rischiando un giorno di guardarsi indietro con il rimpianto di non averci provato.









Commenti