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  • Immagine del redattoreFabio Rocca

ANDREA SCOPELLITI



Sono nato a Firenze nell’aprile del 1993 e fin da piccolo sono stato abituato ad osservare, complice la mia innata curiosità per tutte quelle piccole cose che spesso passano inosservate. Dietro ad ogni dettaglio, ad ogni geometria, ad ogni colore o a quella luce che non tornerà più, c’è un potenziale scatto, un momento unico che può sopravvivere al tempo, nel tempo di un click. Da quando ho ricevuto in regalo la mia prima fotocamera a pellicola, ricordo di aver sempre scattato: allora c’era la magia dell’attesa, quel tempo indefinito tra lo scatto e lo sviluppo in cui ci si chiedeva cosa fosse stato impresso, c’era il limite dei 24 scatti o, nel migliore dei casi, dei 36, era un mondo con limiti più definiti, tempi meno frenetici. Il digitale ha in parte stravolto questo mondo fatto di attesa e scoperta, sdoganando l’immagine e la fotografia, che diventa sempre più alla portata di tutti. La mia crescita fotografica a cavallo tra questi due mondi mi ha portato ad abbracciare il nuovo senza mai dimenticare il vecchio, e ad oggi, momento storico in cui un fotografo professionista non può esimersi dall’operare con gli strumenti digitali che la tecnologia fornisce sia in fase di produzione che di elaborazione, non rinuncio alla fotografia analogica, per lo più utilizzando vecchie Polaroid o il più recente sistema Instax progettato da Fujifilm.

Della fotografia ho sempre amato il suo aspetto salvifico: l’idea di poter selezionare un preciso istante e congelarlo, salvandolo dal fluire del tempo è un concetto affascinante, da “maneggiare” con cautela. Inoltre, come linguaggio universale la fotografia è capace di farsi intendere, spesso senza bisogno di commenti o di parole, un mezzo di comunicazione ed espressione diretto che può superare ogni tipo di barriera e confine. Come fotografo ho iniziato a formarmi da autodidatta ai tempi dell’università, partendo con lo studio del paesaggio e della luce naturale in tutte le sue molteplici forme per poi passare al ritratto, alla fotografia di scena e allo still life. Ho così intervallato le lezioni di diritto alle sperimentazioni fotografiche, sempre guidato dall’attenzione al dettaglio, nella ricerca del particolare, dell’inatteso, nel tentativo di raccontare attraverso la luce e il colore quello che spesso nessuna descrizione riesce a tradurre. Ho collaborato poi con aziende e professionisti del settore, per dedicarmi infine al reportage di matrimonio, settore nel quale negli ultimi anni ho deciso specializzarmi. Ad oggi ho una laurea in Giurisprudenza che mi ha aiutato a capire che non posso fare a meno di quel lato creativo e artistico che riesco a esprimere con la fotografia, in un percorso di continua crescita personale e scoperta professionale che non potrà mai dirsi veramente concluso.



Le opere presentante per la collettiva “Fragranze” sono l’esito di una recente ricerca sul mosso intenzionale, gli scatti sono stati realizzati utilizzando la tecnica della lunga esposizione alla quale si somma il movimento della camera nella fase di scatto. Il risultato di questa operazione è tanto programmatico quanto non prevedibile, la scelta di realizzare flussi circolari o rettilinei è attentamente ponderata anche se, fin quando l’esposizione non è terminata, è assolutamente imprevedibile il tipo di risultato ottenuto. A questo si aggiunge il fattore dell’esclusività: una tecnica di questo tipo è difficilmente replicabile in quanto è irriproducibile l’esatto movimento che è stato impresso alla macchina fotografica in fase di scatto. La tecnica di stampa su carta cotone fine art è parte integrante della scelta stilistica per questo trittico di “Magnolia”, un tentativo di avvicinare pittura e fotografia in una produzione in cui i limiti dei due mondi sono sempre meno definiti.





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