Intervista a Ani Asoyan | Roccart Gallery

Dalle foreste magiche ai ritratti femminili, fino alle suggestioni del cosmo: Ani Asoyan trasforma esperienze personali e mondi immaginari in paesaggi di colore, luce ed emozione.

Nata in Armenia e cresciuta in una famiglia legata all'arte, Ani Asoyan si avvicina alla pittura fin da bambina, guidata dal padre. Dopo gli studi presso la Novosibirsk State Art University, sviluppa un linguaggio personale caratterizzato da colori intensi, atmosfere fantastiche e una forte espressività materica.
La sua ricerca si sviluppa attraverso tre principali collezioni: Foresta magica, dove la natura diventa uno spazio di luce e meraviglia; Le Donne d'oro, dedicata alle storie e alle identità femminili; e le opere ispirate al cosmo, attraverso cui esplora il legame tra l'essere umano e l'universo.
La spatola, con i suoi rilievi e la forza del colore, è la tecnica distintiva del suo lavoro.
In occasione della mostra PRESENZE presso RoccArt Gallery, abbiamo incontrato Ani per conoscere il suo percorso e approfondire le emozioni e le esperienze che alimentano la sua pittura.

Sei nata in Armenia, sei cresciuta in una famiglia legata all'arte e ti sei formata presso la Novosibirsk State Art University. Quanto le tue origini, la tua famiglia, gli studi e le esperienze personali hanno influenzato il tuo percorso artistico? Ci sono ricordi o momenti della tua vita che ritornano, anche indirettamente, nelle tue opere?
Mio padre ha iniziato a insegnarmi a dipingere quando avevo tre anni: ricordo ancora il mio primo cavalletto e i primi colori che mi insegnava a mescolare. Da allora ho dipinto ogni giorno. Ero una bambina un po' "strana", senza amici, ma mi bastava stare da sola con carta e colori, disegnando tutto quello che mi passava per la testa. Creavo persino interi ambienti immaginari: una sedia girata diventava una stanza, il pongo diventava un tavolo o della frutta.
A scuola sognavo di fare l'interior designer e, tra scuola d'arte e scuola di musica, ero impegnata dalle otto di mattina alle otto di sera già a tredici anni. È stata l'università a cambiare tutto: lì ho capito che la mia strada non era il design, ma la pittura. I miei professori mi hanno spinto a comprare i colori a olio ed è da quel momento che sono nate le prime vendite e le prime mostre. Dalla famiglia all'università, ogni passo mi ha resa sempre più sicura di chi volevo diventare.
Nelle tue opere la natura occupa un ruolo centrale: foreste, alberi, acque e paesaggi diventano scenari quasi fiabeschi. Da dove nasce questo legame con il mondo naturale e che cosa rappresenta per te?
Da quando avevo otto anni soffrivo di emicranie fortissime, diventate col tempo croniche: nessuna cura sembrava aiutarmi. L'unico sollievo arrivava camminando nel bosco, tra i profumi e il cielo che si intravedeva tra gli alberi.
Anni dopo, intorno ai venticinque anni, ho fatto un sogno che ha cambiato tutto. Provavo un dolore fortissimo, che nessun antidolorifico alleviava, e camminavo in un bosco dove ho notato dei "punti di luce", simili a piccole stelle sospese tra gli alberi. Ho sentito il bisogno di toccarne uno, prenderlo in mano e, in quel momento, il dolore si è sciolto, sostituito da un'energia che mi avvolgeva e mi sosteneva. Ho continuato a camminare circondata da quella luce, mentre anche l'ansia si dissolveva.
Appena sveglia ho sentito con chiarezza che dovevo trovare il modo di regalare quei punti di luce alle persone. Così ho preso tela, colori e spatola e ho dipinto il primo quadro della collezione Foresta magica.
Nei tuoi dipinti la realtà sembra spesso trasformarsi in una dimensione fantastica, popolata da luci, stelle e atmosfere sospese. Quando crei, parti da luoghi ed elementi che hai realmente osservato oppure lasci che sia soprattutto l'immaginazione a guidarti?
Dipende dal contesto: se c'è un posto reale che amo particolarmente, lo dipingo comunque con una visione magica, trasformata. Ma la maggior parte dei luoghi e dei boschi che rappresento sono completamente frutto della fantasia.
Il colore è uno degli elementi più caratteristici del tuo linguaggio pittorico. Utilizzi tonalità intense, contrasti luminosi e pennellate dinamiche per costruire atmosfere particolari. Come scegli i colori e quale ruolo hanno le emozioni nel tuo processo creativo?
Con i colori intensi riesco a esprimermi meglio: mi regalano emozioni forti e sento che mi rappresentano di più. Forse le mie origini armene influiscono in questo, non saprei dirlo con certezza.
Ho provato diverse tecniche nel tempo, ma l'unica che mi rende davvero felice è la spatola. La maggior parte dei miei quadri, in particolare Foresta magica, Abbraccio dell'Universo e Bacio dell'Universo, sono realizzati interamente a spatola, perché è questa tecnica a regalarmi il rilievo e il movimento che voglio dare al quadro.
C'è stato un artista, una corrente artistica o un'opera in particolare che ha influenzato il tuo percorso? Quali riferimenti senti più vicini alla tua sensibilità e come hai sviluppato, nel tempo, un linguaggio personale?
Ci sono due artisti che mi hanno sempre ispirata profondamente. Da piccola amavo i quadri di Martiros Sarian, pittore armeno di grande fama: i suoi colori erano incredibili e ammiravo la sua capacità di creare volume e profondità in un oggetto con pochissime pennellate. Per me quella era la vera prova di bravura professionale.
Col tempo mi sono poi innamorata, forse in modo quasi scontato, di Vincent van Gogh. Lo stesso principio: con poche pennellate decise e potenti riusciva a creare un'atmosfera in cui ti sembrava di poterti letteralmente tuffare dentro. È stato proprio in quel momento che ho capito che volevo diventare un'artista così anch'io, solo che, invece del pennello, uso la spatola.

Accanto ai paesaggi fantastici, realizzi anche ritratti femminili caratterizzati da una grande attenzione ai volti e da sfondi ricchi di dettagli ornamentali. Che cosa ti interessa esplorare attraverso la figura umana e come cambia il tuo approccio quando passi dal paesaggio al ritratto?
Per diversi anni sono stata completamente immersa nell'immaginario della Foresta magica: era il mio mondo, il mio punto di partenza quasi automatico.
Poi un giorno ho visto un documentario, Human, in cui persone di etnie diverse raccontavano la propria vita e le proprie storie. A colpirmi più di tutto sono state le donne. I loro sguardi portavano dentro qualcosa che andava oltre le parole: una vita intera fatta di gioie, dolori, preoccupazioni e momenti di forza silenziosa.
In quel momento ho pensato: vorrei creare una collezione che chiamassi Le Donne d'oro, un modo per raccontare che ogni donna, di qualsiasi origine, porta dentro di sé un valore immenso, prezioso come l'oro stesso. Non un valore astratto, ma qualcosa di concreto, scritto nei dettagli: nello sguardo, nei lineamenti del volto, nei vestiti che raccontano una provenienza, una storia, un'identità.
È così che è nata Le Donne d'oro: sfondi dorati che avvolgono volti provenienti da ogni angolo del mondo, uniti da un'unica idea, quella che dietro ogni sguardo femminile c'è una storia che merita di essere vista, ascoltata e onorata.
Quando dipingo questi ritratti, non cerco solo una somiglianza: cerco di restituire quella luce interiore che ogni donna porta con sé, anche nei momenti più silenziosi della sua vita.
Una parte della tua ricerca è dedicata al cosmo, con opere in cui stelle, galassie e forme luminose diventano protagoniste. Che cosa ti affascina dell'universo e che cosa cerchi di esprimere attraverso questa serie di dipinti? È soprattutto una ricerca visiva oppure rappresenta anche un modo per interrogarti sul nostro posto nell'universo?
Sono sempre stata affascinata dal cosmo, fin da bambina. Mi sdraiavo in giardino a guardare le stelle: invece di giocare con le bambole, come dicevo prima, ero una bambina un po' "strana"!
Quando andavamo in vacanza vicino alle montagne, nonostante il freddo della sera, ero felicissima di riuscire a vedere la Via Lattea e mi facevo sempre la stessa domanda: siamo davvero soli nell'universo?
Il cosmo mi ha sempre trasmesso la sensazione di una presenza molto forte, un'energia che da un lato mi dava tranquillità, ma dall'altro portava con sé anche un pizzico di timore reverenziale, quasi di vertigine. Ed è proprio questo contrasto, tra calma e stupore, a ispirarmi di più: in quei momenti di contemplazione immaginavo di poter abbracciare l'intero universo, di farne parte invece di limitarmi a osservarlo da lontano.
Dipingere il cosmo, per me, non è solo una ricerca di risposte scientifiche, anche se la curiosità verso l'universo e le sue leggi mi ha sempre affascinata, ma anche il tentativo di restituire quella sensazione: la meraviglia di sentirsi piccolissimi e, allo stesso tempo, intimamente connessi a qualcosa di immenso.
Nelle tue opere lasci spesso spazio a mondi immaginari e atmosfere che non hanno un significato immediatamente definito. Quanto è importante per te che chi osserva possa interpretare liberamente le tue immagini e trovare nelle tue opere emozioni o significati personali, anche diversi da quelli da cui sei partita?
Mi piace molto dare un messaggio chiaro e forte attraverso i miei quadri, ma allo stesso tempo tengo molto a lasciare spazio all'interpretazione personale di chi osserva. Siamo tutti diversi, con vite ed esperienze diverse, e trovo bellissimo ascoltare cosa le persone vedono in un mio quadro. Perché in quel momento non sono solo loro a conoscere me attraverso la pittura, ma sono anch'io a conoscere loro attraverso la loro interpretazione.
Prendiamo L'abbraccio dell'universo: cosa racconta davvero? È l'amore tra due persone che, abbracciandosi, sentono un'emozione così forte da percepire un'unione di energie, la sensazione di essere, in quell'istante, soli al mondo, come se nient'altro intorno avesse più importanza? Oppure è una donna che non abbraccia un uomo, ma l'universo stesso, sentendo un legame profondo con il cosmo?
Non do una risposta: lascio che sia chi guarda a deciderlo. Ogni volta che qualcuno mi racconta la propria lettura, scopro un pezzetto in più di quel quadro che prima non avevo visto nemmeno io.
La tua partecipazione a PRESENZE ti mette in dialogo con artisti che utilizzano linguaggi e materiali differenti. Che significato attribuisci a questa esperienza e che cosa speri che il pubblico possa scoprire del tuo lavoro attraverso l'incontro con le tue opere?
Partecipare a PRESENZE, insieme ad artisti che lavorano con linguaggi e materiali così diversi dal mio, è un'occasione che apprezzo molto: mi permette di vedere il mio lavoro con occhi nuovi, confrontandomi con sensibilità diverse dalla mia.
Spero che chi visiterà la mostra possa riconoscere, nelle mie opere, quello che le caratterizza di più: la tecnica a spatola, i colori intensi e il tentativo di restituire un'emozione più che una rappresentazione fedele della realtà. Mi farebbe piacere se le persone portassero via, da questo incontro, non solo un'immagine, ma una sensazione.
Se immagini Ani Asoyan tra dieci anni, dove ti piacerebbe essere arrivata? Come vorresti che si evolvesse la tua ricerca artistica e quali sogni o obiettivi vorresti realizzare?
Tra dieci anni mi piacerebbe continuare a dipingere con la stessa passione di oggi, magari con qualche galleria o mostra in più, soprattutto in Italia ed Europa, e aver portato avanti con costanza le collezioni a cui tengo di più: Foresta magica, Le Donne d'oro e il cosmo.
Ma più di ogni altra cosa, vorrei continuare a regalare alle persone delle emozioni vere: un senso di tranquillità, la sensazione di qualcosa di profondo, un legame, che sia tra due persone, tra l'uomo e la natura o tra l'uomo e il cosmo.
Non ho grandi ambizioni di diventare qualcosa di eclatante: mi basterebbe sapere di essere riuscita a restare fedele a quello che dipingevo già da bambina, qualcosa che nasce da un bisogno vero di esprimermi, più che dal desiderio di arrivare lontano.
Per chi ancora non conosce il tuo lavoro, perché dovrebbe scegliere di acquistare una tua opera e investire nel tuo percorso artistico? Che cosa può trovare una persona entrando in relazione con i tuoi dipinti e convivendo ogni giorno con una delle tue opere?
Chi sceglie di portare a casa un mio quadro non porta a casa solo un'immagine, ma un pezzo di quella sensazione che ho provato dipingendola: che sia la quiete di un bosco illuminato da piccoli punti di luce, l'intensità di uno sguardo in un ritratto dorato o il senso di meraviglia di fronte al cosmo.
Ogni opera nasce da un bisogno vero di restituire un'emozione, non solo di creare qualcosa di esteticamente bello.
Convivere ogni giorno con uno dei miei quadri significa avere sempre, in un angolo della propria casa, un piccolo richiamo a fermarsi un momento, a ritrovare quella tranquillità, quel legame con qualcosa di più grande, sia esso la natura, un'altra persona o semplicemente il proprio mondo interiore.
Non prometto un investimento che cresce di valore nel tempo, ma qualcosa che forse conta ancora di più: un'emozione autentica, capace di parlare in modo diverso a ognuno che la guarda.









Commenti