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Intervista a Fernando Ambrosi | Roccart Gallery

Immagine del redattore: Fabio Rocca
Fabio Rocca
12 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

Dal paesaggio osservato dal finestrino di un treno alla sua trasformazione in colore, geometria e memoria: Fernando Ambrosi racconta una ricerca pittorica istintiva, in cui il territorio diventa spazio poetico e riflessione sul mondo contemporaneo.


Fernando Ambrosi, artista contemporaneo, nella sua ricerca pittorica tra paesaggio, geometria, colore e memoria.

Fernando Ambrosi sviluppa una ricerca pittorica in cui il paesaggio si trasforma in un intreccio di colori, geometrie e frammenti visivi. Cresciuto a contatto con la natura e abituato a osservare luoghi diversi durante i suoi viaggi in treno, l’artista ha costruito nel tempo un linguaggio personale che non cerca di riprodurre fedelmente la realtà, ma di restituire ciò che rimane nello sguardo e nella memoria. La sua formazione come grafico e l’esperienza professionale nell’editoria convivono con un approccio spontaneo e istintivo alla pittura, influenzato anche dalla musica, dal cinema e dalla ricerca di artisti come Mondrian e De Kooning.

Nelle sue opere, confini, argini, muretti e strutture costruite dall’uomo diventano elementi di una composizione in continua trasformazione, dove ordine e disordine si incontrano. Il paesaggio assume così anche una dimensione critica, capace di interrogare il nostro rapporto con il territorio, la tecnologia e il mondo in cui viviamo. In questa intervista, Fernando racconta le origini della sua ricerca, le influenze che hanno contribuito a definirla e il valore di un’opera che, per lui, trova il suo significato più profondo quando riesce a risvegliare nello spettatore ricordi ed emozioni personali.


Fernando Ambrosi, artista contemporaneo, nella sua ricerca pittorica tra paesaggio, geometria, colore e memoria.

INTERVISTA A FERNANDO AMBROSI:


Il paesaggio occupa un ruolo centrale nella tua vita e nella tua ricerca artistica, ma nelle tue opere non viene rappresentato in modo puramente descrittivo. Quando hai iniziato a guardarlo come qualcosa da trasformare e reinterpretare attraverso il colore, la geometria e il segno?

Il paesaggio occupa un ruolo centrale nella mia vita: ho avuto la fortuna di crescere «nel paesaggio», come un bambino di provincia che negli anni Settanta era libero di scorrazzare per il paese in bicicletta, salire in collina, giocare nei campi, pungersi con le ortiche e tenere la fionda in tasca.

Il lavoro mi ha portato a spostarmi spesso, a fare il pendolare, ed è proprio guardando paesaggi diversi dal finestrino dei treni che è iniziato questo processo di trasformazione.


La tua partecipazione a PRESENZE nasce dall’incontro con Roccart Gallery e con un percorso espositivo che mette in dialogo artisti e linguaggi differenti. Che cosa ti ha spinto ad aderire al progetto e che valore attribuisci a occasioni di confronto come questa per la crescita di un artista?

Sono sicuro che la spinta sia arrivata dal primo commento di Roccart Gallery ai miei lavori: poche parole che descrivevano in sintesi il mio percorso. Dopodiché, il confronto è sempre utile: sia con gli altri artisti, osservando tecniche e ricerche differenti, sia con le dinamiche della galleria e le impressioni del pubblico.


Nelle tue opere il paesaggio sembra scomporsi in frammenti, campiture cromatiche e forme geometriche. Come si sviluppa il processo che ti porta dall’osservazione di un luogo alla sua trasformazione in una composizione astratta?

Penso che noi siamo il paesaggio che ci circonda e che il paesaggio stesso ci rappresenti. Cerco quindi di riprendere forme, linee e frammenti che costituiscono i tentativi dell’uomo di abitare, circoscrivere e governare quel territorio: confini, limiti, argini, muretti.

È un tentativo di ordine che nel tempo cambia, si modifica, si confonde, si contamina, si macchia e, appunto, diventa disordine. C’è sicuramente un ambiente modificato e a volte sfregiato dall’uomo, ma provo a riportarlo all’interno di uno spazio poetico.


Il colore ha un ruolo fondamentale nella tua ricerca e sembra capace di modificare profondamente la percezione dello spazio. Come scegli le combinazioni cromatiche e quanto lasci che siano l’intuizione e la libertà espressiva a guidare il lavoro?

Questo è un dettaglio che mi fa sorridere. Da grafico mi confronto quotidianamente con i colori, quindi penso sia una materia che padroneggio. Poi, però, c’è un passaggio molto diretto tra ciò che ho pensato e l’esecuzione, senza troppe preparazioni intermedie, in cui l’intuizione prende il sopravvento.

Ho provato a fare bozzetti o a preparare palette di colori come riferimento, ma poi c’è molta improvvisazione. Vorrei infatti sottolineare che, anche nei lavori in cui il disegno e il colore appaiono come scelte più controllate, in realtà sono molto spontanei e istintivi.


C’è stata una corrente artistica o un artista in particolare che ha influenzato il tuo percorso? Quali aspetti di quella ricerca senti più vicini al tuo modo di lavorare e quali, invece, hai sentito il bisogno di superare per trovare un linguaggio personale?

Tanti pittori hanno riempito i miei occhi; giusto per citarne un paio, direi Mondrian e De Kooning. Ma ci sono anche molte influenze non pittoriche, dalla musica al cinema, fino alla tipografia. Penso sicuramente al cinema di Andrej Tarkovskij, che deve tanto ai pittori classici, ma che aveva anche il dono di fare poesia inquadrando una pozzanghera.

Sono attratto dagli artisti che sanno gestire il rumore, l’errore, il difetto e il caos, trasformandoli in bellezza. Dalla musica deriva senz’altro l’attitudine antiaccademica del punk e, certamente, la velocità. La mia urgenza espressiva non potrebbe mai aspettare ore e ore per l’asciugatura del colore.


Fernando Ambrosi, artista contemporaneo, nella sua ricerca pittorica tra paesaggio, geometria, colore e memoria.

Quanto la tua ricerca artistica è stata influenzata dal tuo vissuto, dalle esperienze personali e dai luoghi che hai attraversato? Nelle tue opere c’è spazio per una memoria autobiografica, anche quando il soggetto sembra diventare sempre più astratto?

Ogni paesaggio lascia dentro di noi qualcosa che va oltre ciò che vediamo. Viaggiando in treno, le immagini scorrono veloci, si sovrappongono, si interrompono e si mescolano. Non riesco a trattenerle nella loro interezza: restano colori, frammenti e atmosfere.

Da questa memoria dello sguardo nasce il mio lavoro, che non cerca di riprodurre un luogo, ma ciò che resta dentro di me attraverso una sintesi. Il paesaggio si trasforma così in qualcosa di nuovo, in cui ciò che vedo si fonde con il ricordo.


Prima di dedicarti maggiormente alla tua ricerca artistica, hai lavorato come art director nell’editoria per ragazzi, collaborando con importanti realtà editoriali e illustratori. In che modo questa esperienza professionale ha contribuito a formare il tuo sguardo visivo e il tuo rapporto con la composizione e l’immagine?

In ogni taglio, orizzonte, margine e inquadratura ci sono la mia formazione e il mio percorso lavorativo e, di conseguenza, un rapporto più grafico con lo spazio che scelgo o di cui dispongo.

A dire il vero, questo vale anche per il supporto: dipingo anche su tela, ma poi mi viene naturale tornare alla carta, per la quale, da tipografo, provo un amore incondizionato.


Nei tuoi lavori convivono riferimenti riconoscibili al mondo reale e una progressiva semplificazione delle forme. Ti interessa che chi osserva riesca a riconoscere un paesaggio preciso oppure preferisci lasciare spazio all’interpretazione personale, affinché ognuno possa ritrovare nelle opere le proprie immagini e i propri ricordi?

La cosa più bella è quando qualcuno ritrova nelle mie immagini luoghi, ricordi e momenti vissuti che io non posso conoscere. È capitato e, quando mi è stato raccontato, mi sono emozionato.


Nel tuo percorso hai attraversato esperienze diverse, dalla direzione artistica alle mostre, fino alla ricerca pittorica personale. Quali sono oggi le domande che senti più urgenti nel tuo lavoro e quali aspetti della tua ricerca vorresti approfondire o esplorare in futuro?

Per me l’arte è un atto politico e, di conseguenza, riguarda il contesto in cui viviamo. Ad esempio, la serie Mappe è una riflessione su come lo sguardo si sia spostato dall’orizzonte di un paesaggio a un reticolo che ci indica dove andare senza guardarci intorno.

Nei Panorami uso spesso spazi grigi, sia perché a volte il terreno è effettivamente grigio, sia perché nel paesaggio ci sono piazzali di cemento, muretti, capannoni e costruzioni non finite. La parte industriale fa parte del paesaggio e il mio sguardo la include.

Inoltre, sono sempre stato interessato al nostro rapporto con la tecnologia. In questo caso guardo al futuro con un po’ di timore, ma sicuramente senza perdere la curiosità di indagarlo.


Se immagini Fernando Ambrosi tra dieci anni, dove ti piacerebbe essere arrivato? Come vorresti che si fosse evoluto il tuo linguaggio artistico e quale traccia ti piacerebbe lasciare attraverso le tue opere?

Spero ci sia un percorso di crescita, ma dove questo mi porterà proprio non saprei dirlo.


Per chi ancora non conosce il tuo lavoro, perché dovrebbe scegliere di acquistare una tua opera e investire nel tuo percorso artistico? Che cosa può trovare una persona entrando in relazione con il tuo lavoro, al di là del suo valore estetico?

Credo che scegliere un’opera significhi, in qualche modo, riconoscersi in ciò che racconta. Mi piacerebbe che chi entra in relazione con il mio lavoro trovasse uno spazio in cui fermarsi, un ricordo o un’emozione personale.

In fondo, mi piace pensare che il valore di un’opera non si esaurisca nel momento in cui viene acquistata, ma che continui a parlare nel tempo, in modo diverso per ciascuno.


 
 
 

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