Lisa Boneschi a OSMOSI: quando l’arte racconta il dolore taciuto
- Fabio Rocca

- 11 lug
- Tempo di lettura: 2 min
Ci sono artisti che parlano tanto del proprio lavoro, e altri che lasciano che siano le opere a dire tutto. Lisa Boneschi appartiene a questa seconda categoria. Riservata, schiva, preferisce il silenzio alle spiegazioni, perché ciò che mette nei suoi quadri è troppo personale per essere raccontato a parole.

Nel suo percorso artistico non c’è ricerca di estetica o consenso: c’è la necessità di esprimere qualcosa che pesa dentro. Le sue opere – intense, dirette, a volte spigolose – sono il risultato di esperienze profonde, di ferite, ma anche di tentativi di guarigione. In occasione della mostra "OSMOSI", collettiva in corso alla Roccart Gallery di Firenze fino all’11 luglio 2025, Lisa porta lavori che nascono da un bisogno autentico: quello di farsi sentire, anche senza parlare.
Dietro ogni immagine, c’è un frammento di vissuto. La violenza, la solitudine, i traumi che spesso restano nascosti nelle pieghe della quotidianità. Lisa racconta – con estrema onestà – di quanto dolore ci sia nel mondo, a volte proprio accanto a noi, senza che ce ne accorgiamo.
“Magari la persona che hai davanti ha affrontato qualcosa di terribile, e tu nemmeno lo sai” – scrive – “forse sta solo cercando di rialzarsi. E ogni piccolo passo in avanti può essere una montagna.”

Guardare le sue opere non è sempre facile: non cercano di piacere, ma di toccare. Non vogliono spiegare, ma far pensare. Lisa non si sente a suo agio nel descrivere il significato dei suoi lavori, e spera sempre che lo spettatore possa intuirlo da sé, in silenzio, con empatia. “Mi sento capita solo in quei momenti di silenzio complice, quando qualcuno guarda un mio quadro e prova qualcosa, senza chiedere niente.”

La partecipazione a OSMOSI è perfettamente in linea con la filosofia della mostra, che parla di contatto, attraversamento, contaminazione tra storie, stili e visioni diverse. Lisa porta con sé una voce forte e fragile allo stesso tempo, una voce che non urla, ma resta dentro.
E se c’è un messaggio che le sue opere vogliono lasciare, è forse questo: fermatevi. Guardate meglio. Siate più gentili. Perché non sappiamo mai davvero cosa sta affrontando la persona che abbiamo davanti.




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